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mercoledì 5 marzo 2008

Ripararsi la bici 12. il cannotto sella, questo sconosciuto

I diametri del cannotto sella – o tubo piantone, o reggisella – scalano di 0.2 mm. Ne esistono quindi da 2.58, 2,60, 262, ecc. fino a 31.6. Se dovete cambiare il cannotto, sappiate che se mettete un tubo più piccolo di 0.2 magari al momento tiene, ma quando ci salite, implacabilmente il tubo scenderà nel telaio. Per cui è bene misurare con precisione il diametro del cannotto da sostituire attraverso il calibro a nonio all’atto dell’acquisto. Un’occhiata dentro è sempre bene darla. Ho comprato tempo fa una bici usata. Dopo un po’ di giri, ho visto che in cannotto si era leggermente piegato. Ebbene, il diametro era di un cannotto da anoressici. Ve lo mostro, è molto sottile.


Risultato:


Adesso si trovano cannotti più robusti e alti, fino a 35-40 cm, che permettono di alzare il cannotto di parecchio. Senza esagerare: un eccessivo innalzamento dà qualche problema di bilanciamento. Se il telaio è davvero troppo piccolo, non sarà il solo cannotto a risolvere la questione. C’è infatti da tenere in conto la distanza tra la punta della sella e l’attacco del manubrio.



giovedì 28 febbraio 2008

Ripararsi la bici 10. I raggi 2

Esistono vari tipi di raggi, a spessore variabile, piatti, ecc., ma qui ci interessa solo il raggio base, che è d’acciaio, spessore 2 mm e di lunghezza variabile, dai 250 ai 302 mm. I raggi scalano di 2 mm, quindi esistono da 250, 252, 254, ecc. Se rompete un raggio, per sostituirlo, prima di tutto misuratene uno intero, smontandolo dalla ruota con tiraraggi. Misurate il raggio dal centro della testa alla fine dell’altro capo.

giovedì 21 febbraio 2008

Ripararsi la bici 6. Camera d’aria e valvola/2

Se non si è acquisita una certa abilità nel cambio di una camera d’aria, facendo molte prove a casa, questa abilità non ci verrà in aiuto nel momento più difficile. Capisco lo stato di prostrazione che attanaglia chi fora durante una passeggiata, sotto lo sguardo a volte beffardo degli automobilisti a 80 all’ora, alla guida dei loro mezzi corazzati. Capisco anche l’abbattimento di una doppia foratura e la passeggiata chilometrica obbligatoria, sempre davanti allo sguardo ironico dei conduttori di veicoli motorizzati. A forza di cambiare camere d’aria, diventa tutto più facile: ci vuole soltanto un po’ di calma e di tempo. Senza questi due ingredienti, paradossalmente si impiega più tempo. La nostra calma deve abbracciare il tempo necessario: con stoica serenità cambieremo la camera d’aria e rigonfieremo la ruota, stando attenti che la camera non esca dal copertone; pertanto, gonfieremo in due fasi, fermandoci a metà per effettuare un controllo della ruota. A volte qualcuno ti guarda perché vorrebbe imparare, e anche la battutina lanciata al ciclista può nascondere imbarazzo per questi utenti della strada non allineati, non allineati soprattutto nelle code ai semafori.

venerdì 15 febbraio 2008

Ripararsi la bici 4

Un altro necessario ingrediente – oltre agli attrezzi, l’olio, il buonsenso economico, l’attenzione rilassata – è la calma. Senza calma si rischia di impiegare il doppio del tempo a fare una riparazione. Oppure, per esempio, se ci si trova per strada e si fora, si rischia di pizzicare la camera d’aria nuova e di farsi una lunghissima passeggiata. La calma non va pensata in maniera sofisticata: è come un attrezzo. Respiro profondamente e prendo la calma e una pinza. La calma è quella dote che ti permette di capire se una chiave a brugola è spanata, testandola prima con mano leggera, invece di partire in quarta. La calma è quella caratteristica che ti permettere di scegliere l’attrezzo giusto, pensando a cosa fare prima di farlo, non dopo. La calma è quella dote che ti permette di leggere questi post senza spazientirti, anche se potrebbero avere cose migliori da fare, questo è fuori discussione.

giovedì 14 febbraio 2008

Riparare la bici 3

Mentre riparate la bici, tenete presente che stiamo tornando nel Medioevo. Se volte capire la politica, la religione, gli usi e costumi, le relazioni di forza che ci circondano, studiate la storia, anche quella remota. Lasciate perdere i tecnicismi e concentratevi sulla sostanza delle cose. Lo stesso accade con la bici. Ripararsi una bici, scegliere i pezzi giusti non vuol dire prostrarsi davanti a un telaio di titanio o spendere 45 neuri per acquistare un reggi-borraccia in fibra di carbonio. Le cose essenziali, assicurate da una meccanica semplice ma sicura di sé, sono alla base di una gestione autonoma della propria bici. Bruno Munari (cito a memoria) ha scritto che una bici da corsa d’acciaio è bella perché essenziale; o, se volete, l’essenzialità è bellezza. Lo stesso accade per la comprensione della politica contemporanea: se volte capire il nostro tempo dovete pensarlo come un campo di forze, lasciando da parte l’apparenza. Anche la bici è un campo di forze, non limitate alle sue componenti. A fare la differenza c’è un fattore essenziale: il fattore umano. Dice un favoloso barbiere-cicloamatore, mio conoscente, dopo un breve discorso sull’elasticità dei telai: «Il telaio sei tu». È il corpo del ciclista che si flette e si contrae a costituire il motore, e persino il telaio del mezzo. Anche per questo, aggiunge il valente barbiere-ciclista, non bisogna avere paura. Una frase che va interpretata: «La paura è pericolosa». Se da una lato la paura ti addestra a tenere gli occhi e le orecchie aperte, c’è un altro tipo di paura che è dannosa: è la paura del mezzo, la stessa, per esempio, che si prova quando si sale per la prima volta su una bici da corsa e si sperimenta una nuova posizione di guida, la stessa, di cui tutti ci ricordiamo, di quando apprendemmo ad andare in bici senza rotelle. Si tende a irrigidire le spalle, non ci si abbandona, e questo può risultare pericoloso. Anche quando si cade, se ci si irrigidisce nella caduta si rischia di farsi male, più male, voglio dire. È l’ulteriore, necessaria premessa all’autoriparazione della bici. Occhi aperti, quindi, sulla strada e sul nuovo Medioevo, nel quale rischiamo di diventare ancora più schiavi di quanto non siamo attualmente.

mercoledì 13 febbraio 2008

Riparare la bici 2

Altra premessa va fatta sui pezzi che compongono la bici. Per quanto appassionato di riuso e riparazione, devo sottolineare che ci sono pezzi che è giusto recuperare, a cominciare dai telai, e pezzi che è bene non recuperare o perlomeno bisogna vagliare attentamente prima di farlo. Se è chiaro a tutti che un copertone ha una vita limitata, anche la catena, le corone e il pacco pignoni hanno una vita limitata, lunga ma limitata. In certi casi, poi, il prezzo dei ricambi nuovi è talmente irrisorio che il gioco non vale la candela. Riciclare i cavi dei freni è abbastanza pericoloso. Se riuscite ad accumulate tanti vecchi cavi per un peso di 20-40 Kg, potete rivenderli allo sfascio (scherzo). Non avete idea di quanto fragile possa essere il bullone forato che trattiene il cavo dei freni nei vecchi modelli! E come si possa rompere un bullone usurato che assicura la sella al cannotto (o piantone): solo per elencare due casi accadutimi di recente. Quindi fate attenzione. A tutto questo bisogna accompagnare la nostra valutazione sull’uso che si farà della bici, in particolare se si devono affrontare pendenze e curve, che richiedono un surplus di sicurezza. Ci sono pezzi economici che prima o poi daranno problemi. Per esempio, i mozzi non formati da un blocco unico, possono torcersi, specie il posteriore, rompendo i raggi, che “frustano” la catena, spezzandola.

martedì 12 febbraio 2008

Riparare la bici 1

Le mediocri capacità meccaniche che ho acquisito sono il frutto della disponibilità a sbagliare. Meglio cominciare montando e smontando pezzi di bassa qualità (della qualità prima o poi torneremo a parlare). Ci vogliono ore di lavoro, gli attrezzi giusti e molto buon senso per evitare di combinare guai seri e rischiare di farsi male. I due principi basilari della meccanica mi sono stati illustrati in due momenti diversi da due persone che considero dei veri e propri artisti del lavoro manuale. Giovanni mi ha detto una volta: «L'attrezzo fa il lavoro», una frase quasi zen, che ha risolto vari problemi. Ho speso soldi a comprare altri attrezzi, e continuo a comprarli; e ancora ripenso con affanno a tutte quelle volte in cui volevo tagliare i vecchi cavi dei freni con le pinze o le tenaglie, o svitare i dadi con i pappagalli cinesi di terza qualità, o cercavo di tagliare dritto un tubo con la sega a ferro invece che con il tagliatubi, svitavo le viti con i cacciaviti troppo piccoli, spanandole, insomma a tutte le cazzate accumulate nel nome del "si può fare anche così". Il secondo principio mi è stato esposto da Mariano con molta semplicità: «L'olio è mezzo meccanico». Era la risposta giusta a quando, in una sera d'inverno, ho seminato i pezzi del deragliatore posteriore della bici da corsa su via di Grottarossa; deragliatore da troppo tempo non oliato (e non pulito).