Visualizzazione post con etichetta Le letture di rotazioni. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Le letture di rotazioni. Mostra tutti i post
venerdì 31 agosto 2012
L'arma plastica dell'immagine (Il manifesto, 30 agosto 2012)
Fonte: il manifesto
Vanni Codeluppi
Una ricostruzione dell'esperienza milanese del Laboratorio di comunicazione militante Le potenzialità di un luogo di incontro nato agli albori della diffusione virale dei media digitali
Gli anni Settanta sono stati un periodo particolarmente significativo dal punto di vista del cambiamento sociale e culturale del nostro Paese. Spesso sono stati etichettati superficialmente dai media come «anni di piombo», ma in realtà hanno visto nascere molte esperienze innovative. Tra queste esperienze quella del Laboratorio di Comunicazione Militante, che ha operato a Milano tra il 1976 e il 1978, è particolarmente cruciale, anche se per molti anni era stata dimenticata. Ha fatto bene pertanto Angela Madesani a curare un volume su tale esperienza. Il volume è intitolato Armamentari d'arte e comunicazione. L'esperienza del "laboratorio" di Brunone, Columbu, Pasculli, Rosa negli anni della rivolta creativa (Dalai Editore, pp. 136, euro 55) e propone una raccolta ragionata di testi e immagini prodotti in quegli anni ormai lontani. Ha certamente un sapore rétro, per la grafica povera che è stata impiegata e perché i temi che il Laboratorio di Comunicazione Militante proponeva all'epoca oggi sono poco considerati, anche se meriterebbero ben altra attenzione.
Ma quali erano questi temi? Innanzitutto l'esigenza di una riflessione critica sulla funzione svolta nella società dai media e in particolare dalle immagini che vengono utilizzate dall'informazione giornalistica. Queste infatti, grazie alla loro grande forza espressiva, e spesso anche grazie al frequente ricorso a scene violente, inducono un processo di assuefazione nello spettatore.
Il Laboratorio di Comunicazione Militantepertanto ha prodotto varie mostre nelle quali ha impiegato delle tecniche di decontestualizzazione simili a quelle rese celebri nel campo artistico da Marcel Duchamp. Tecniche estremamente semplici, ma anche straordinariamente efficaci per stimolare le persone a pensare ai significati veicolati dalle immagini. Ad esempio, il fotomontaggio, uno strumento che era stato molto utilizzato in Germania dopo la prima guerra mondiale per perseguire analoghe finalità. Si pensi ai celebri fotomontaggi fortemente critici verso il potere di John Heartfield. Ma più spesso il Laboratorio di Comunicazione Militante invitava a riflettere su ciò il pubblico vedeva attraverso un semplice ingrandimento delle fotografie presenti sui giornali. Oppure mutava la sequenza con la quale le immagini venivano presentate, per mostrare come ciò cambiava il loro significato.
Insomma, l'obiettivo del Laboratorio di Comunicazione Militante era di dimostrare come il linguaggio giornalistico produca una sistematica distorsione della realtà politica e sociale che rappresenta. Proprio per questo, come pensavano i membri del Laboratorio, l'informazione può essere considerata simile all'arte. Anche la comunicazione giornalistica infatti cerca di dare vita a una sua particolare forma di rappresentazione. Esattamente come l'arte ha sempre fatto.
Ma ai componenti del Laboratorio di Comunicazione Militante interessava soprattutto un approccio di tipo sociale all'arte. Un approccio cioè in grado di mostrare come l'arte possa intervenire nella società e cercare di modificarla. Un approccio pertanto che rifiuta il concetto di autore e cerca democraticamente di coinvolgere tutti nel processo creativo. Per questo i membri del Laboratorio organizzavano molti incontri pubblici dove insegnavano, spesso agli studenti delle scuole, a usare le tecnologie espressive più innovative all'epoca, come la fotocopiatrice o il videotape. Pensavano infatti che per essere veramente consapevoli di come un linguaggio funziona, e dunque per non subirlo passivamente, è necessario conoscere anche la tecnica che caratterizza tale linguaggio. Non è un caso probabilmente che L'arma dell'immagine, l'unico libro pubblicato dal Laboratorio di Comunicazione Militante, sia il frutto dei numerosi laboratori svolti con le scuole.
Per questo è stato importante per il Laboratorio poter dare continuità al lavoro svolto attraverso una sede stabile. E la sede è stata trovata nell'ex-chiesa di San Carpoforo a Brera, dove nel novembre del 1976 è stato aperto un centro culturale denominato «Fabbrica di Comunicazione». Un centro che organizzava eventi e spettacoli e che è diventato un importante luogo d'incontro di artisti di varia provenienza.
L'esperienza del Laboratorio di Comunicazione Militante ha avuto una breve durata. I suoi responsabili imputano la responsabilità della sua prematura scomparsa a quella ondata di repressione che è nata a seguito del terrorismo. Probabilmente però ciò sarebbe avvenuto ugualmente perché il clima sociale è decisamente cambiato. L'imporsi progressivo del privato e delle leggi di mercato ha marginalizzato esperienze fortemente orientate al sociale come quella del Laboratorio. Che però non è anacronistica, perché propone una lezione che è preziosa ancora oggi per chi voglia adottare un atteggiamento critico nei confronti dell'informazione giornalistica.
mercoledì 13 giugno 2012
Nel deserto della Rete
di Benedetto Vecchi
Narcisismo di massa
È dunque un teorico, ma anche un cartografo della Rete, nonché un attento storico del presente digitale che ha scelto come forma narrativa il diario di viaggio. Così, ha potuto affermare che Internet non è il paradiso (Apogeo edizioni), oppure che la crisi del 2001 metteva in evidenza il lato oscuro della Rete (Dark Fiber, Luca Sossella Edizioni), mentre annotava ironicamente che il narcisismo tipico della blogsfera non si fermava davanti neppure ai Zero comments (Bruno Mondadori) riservati agli estensori dei diari personali. E questo solo per segnalare i testi tradotti, tralasciando dunque tutti gli altri che dal 2000 ad oggi hanno scandito, anno per anno, la sua navigazione su Internet, durante la quale Lovink ha sempre messo in relazione la vita dentro lo schermo con percorsi teorici avviati per interpretare la «grande trasformazione». Da qui il serrato confronto con le tesi di Slavoj Zizek, Alain Badiou, la riflessione attorno alla biopolitica di Michel Foucault, la dialettica dell’illuminismo di Adorno e Horkheimer o il postoperaismo. Questa attenzione al pensiero critico è una costante nell’opera di Lovink, attraverso la quale ha precisato un punto di vista che non concede nulla al determinismo tecnologico di tante analisi della Rete. La messa in relazione della vita digitale con le teorie critiche del capitalismo è inoltre servito a definire lo statuto disciplinare della network culture in un contesto accademico che ha guardato a Internet come un nuovo media, rimuovendo così la vocazione «universale» di un medium che non vuole solo rappresentare la realtà, bensì, benjaminamente a produrla.
I gadget convergenti
Tutto ciò però appartiene però al passato. Questo Ossessioni collettive ritiene infatti che la «grande trasformazione» annunciata alla fine del Novecento si è compiuta. Inutile, quindi, riproporre la dicotomia tra virtuale e reale come fanno ancora alcuni seguaci di Marshall McLuahn; così come è vano quel invitare a compiere quel movimento teorico che punta a sviluppare un’analisi del presente a partire dalle tendenze presenti in Rete, ritenuta solo un laboratorio sociale e economico del nuovo capitalismo che attende di sfornare prototipi da mettere alla prova della realtà. Viviamo, lavoriamo ormai tutti nel fiume di informazioni, dati, conoscenza originati nella Rete e che da essa ha ormai esondati per diffondersi ovunque. Questo fiume rende gli uomini e le donne prigionieri dell’«istante eterno», cioè quel just in time che modella le relazioni sociali e i rapporti affettivi, amicali. Il personal computer è così un manufatto che appartiene all’archeologia del digitale, perché la miniaturizzazione dell’hardware ha reso telefoni cellulari, lavatrici, frigoriferi, televisioni il letto di quel fiume originario della Rete.
La cosiddetta convergenza tecnologica tra informatica e telecomunicazioni è sempre all’opera, costituendo l’habitat socio-tecnico sia per la produzione en general che per le relazioni sociale. Da qui, il sovraccarico di informazioni che produce stress, ma che è anche l’elemento fondamentale nonché limite strutturale del capitalismo neoliberista. Mai come in questi anni, l’economia dell’attenzione, annota Lovink, ha goduto di così tanto successo tra economisti mainstream, filosofi e teorici dei media.
Geert Lovink non è però interessato alle ultime novità tecnologiche, sia che si tratti di smartphone, iPhone o iPad. Non subisce cioè il fascino dell’ultimo gadget. È semmai interessato a monitorare criticamente di il mutamento dei rapporti sociali. Per fare questo analizza l’opzione «mi piace» del social network Facebook.
La sconfitta di Facebook
Il semplice gesto di clickare su quell’opzione è l’esemplificazione di come Internet, più che promuovere l’incontro con l’Altro da sé, spinga invece a costituire tribù di uomini e donne che non vogliono fare esperienza della diversità. Si scelgono gli amici in base a profili simili ai propri, sbarrando la strada a qualsiasi incontro imprevisto. Anni luce da quella tensione libertaria degli esordi della Rete. Su Internet infatti si costituiscono «comunità recintate» come avviene nei processi di «gentrificazione» metropolitana. Allo stesso tempo, Facebook produce simulacri di socialità basati su profili individuali standardizzati e forme deboli di militanza politica.
Il saggio di Lovink è stato mandato alle stampe quando l’annuncio della quotazione in borsa di Facebook era solo una possibilità a portata di mano che veniva salutata come la dimostrazione che il web 2.0 usciva dalla sua adolescenza per entrare nella maturità. Pochi avrebbero immaginato che la quotazione e la vendita delle azioni della società di Mark Zuckerberg sarebbe stata un fallimento. Il flop borsistico del social network potrebbe trovare una spiegazione proprio in quella ripetizione senza differenza che Lovink segnala come elemento costitutivo dello stare in Rete. Dunque una socialità che si esprime all’interno di un modello imprenditoriale che la impoverisce, standardizza per renderla l’habitat migliore per le inserzioni pubblicitarie, il vero business di Facebook. Ma anche di Google e di Twitter, espressioni di quell’«internet in tempo reale» che ha preso avvio dopo l’11 Settembre.
L’attacco alla Torri Gemelle sono ritenute da Lovink un vero e proprio spartiacque nella Rete. Da allora i social network puntano sì a trasformare in attività economica la comunicazione online, ma si trasformano anche in tecnologia del controllo sociale. Da qui la discussione serrata dell’autore sulle proposte di disconnessione dalla rete per consentire di riconquistare la sovranità sull’informazione dopo che è stata espropriata dalle big corporation. Lovink è però estremamente scettico verso le potenzialità politiche delle proposte di costituire zone temporaneamente autonome nella Rete. Lo smarrimento dopo l’attacco alle Twin Towers è stato sintetizzato da Slovoj Zizek nella fortunata espressione «benvenuti nell’universo del reale», che può tranquillamente essere cambiata in «benvenuti nella miseria della Rete», indicando con questo il fatto che l’11 settembre coincide proprio a quell’esondazione del flusso informativo – dati, immagini, suoni, analisi – dalla Rete al mondo al di fuori dello schermo. Non c’è più quindi distinzione tra virtuale e reale. Allo stesso tempo è urgente elaborare nuove tattiche di resistenza che assumano come un principio di realtà il venire meno del confine tra dentro e fuori la Rete. Così facendo, però, l’ordine dei problemi ha poco a vedere con la vita digitale, bensì con l’agire politico, le forme organizzate del conflitto, insomma con i rapporti sociali di produzione. Ed è su questo crinale che l’analisi di Lovink mostra però la sua fragilità.
Lovink usa il concetto di «reti organizzate» sviluppato da Ned Rossiter – di cui in Italia è stato pubblicato Reti organizzate (manifestolibri) – per indicare una via d’uscita dal carattere effimero dei momenti aggregativi originati della Rete. Da qui la centralità del momento organizzativo per definire le modalità delle relazioni sociali, l’alternarsi tra indipendenza dei singoli e la costruzione dell’autonomia della cooperazione sociale o di una rete politica dal potere dominante. Ma anche come un brain storming teso a definire obiettivi (sociali, politici, culturali), nonché la scansione tra tattica e strategia per raggiungerli. La rete organizzata è dunque da considerare un antidoto all’«attivismo da salotto» o alla retorica che spiega i recenti movimenti sociali come appendici della comunicazione in Rete.
Le rivolte tunisine, egiziane, ma anche Occupy Wall Street o gli indignados non sono state però esperienze organizzate dalla rete, ma sono semmai esemplificazioni della fine della dicotomia tra virtuale e reale. Il cosiddetto web 2.0 altro non è che la centralità della Rete nella comunicazione che ha un carattere tuttavia caotico, discontinuo nel tempo, effimero, dando vita a cloud computing, le nuvole di dati, che le multinazionali di Internet e dell’entertainment cercano di orientare e governare per fare affari. I movimenti sociali si sono quindi posti il problema di come condizionare il modo di produzione dell’opinione pubblica che si sta affermando nella vita associata – l’interattività e la comunicazione «molti a molti» – e che ha come vettore l’avvenuta convergenza tra Rete, i telefoni cellulari, ma anche i consolidati mass-media dell’era industriale (radio e tv).
Prigionieri del reale
I movimenti sociali sono quindi riusciti a condizionare le cloud computing, ma il loro successo è stato tuttavia effimero. La rete organizzata non è quindi la soluzione del problema, semmai indica una potenzialità e una possibile direzione che ha tuttavia bisogno di ulteriori coordinate per evitare la navigazione a vista che spesso caratterizza i movimenti sociali che da tempo hanno deciso di non «odiare i media, ma di diventare essi stessi media». E queste coordinate hanno proprio a che fare con i rapporti sociali di produzione.
L’assenza di un confine tra virtuale e reale, tra vita dentro e fuori lo schermo pone così al centro della scena proprio l’intelligenza collettiva e la cooperazione sociale in quanto materie prime della produzione della ricchezza. Il modo di produzione dell’opinione pubblica è cioè un’attività produttiva scandita da lavoro salariato, enclosures della conoscenza sans phrase, precarietà, manipolazione e controllo sociale. Temi attorno ai quali la teoria critica della Rete spesso ha ben poco da dire, ripiegando su una esaltazione dei flussi di dati come bestia ribelle che non tollera di essere addomesticata. Dimenticando, cioè, che è proprio per rispondere a questa indisponibilità al controllo che Google, Apple, Microsoft, Facebook hanno messo in campo strategie per espropriare ciò che è prodotto nella Rete, cioè la comunicazione, la conoscenza, la socialità. Le reti organizzate devono hanno dunque come sfida la riappropriazione di questo comune su cui si basa la produzione di opinione pubblica. Se non fa questo, l’attitudine critica giustamente auspicata da Lovink è ridotta a ornamento di un divenire della Rete. È cioè ridotta a opinione pubblica, cioè quel modo di essere spettatore passivo dell’esercizio del potere che nega l’azione politica e la trasformazione del reale.
di Benedetto Vecchi
Il manifesto, mercoledì, 13 giugno, 2012 10:03
La grande trasformazione è già avvenuta, rendendo il web 2.0 una tecnologia del controllo sociale. Le «Ossessioni collettive» del teorico radicale Geert Lovink, in Italia per presentare il suo ultimo saggio
Le ossessioni del nuovo millennio
hanno un potente mezzo per diffondersi, riprodursi e mutare nel corso
del tempo. Internet è infatti il medium che dà forma compiuta, cioè una
architettura software a speranze, timori, nevrosi che come un torrente
si ingrossa per gettarsi nel grande mare dell’immaginario collettivo. È
questa la premessa, implicita, da cui parte l’ultimo saggio di Geert
Lovink, pubblicato dalla casa editrice Egea con il titolo Ossessioni
collettive (pp. 277, euro 26), che coglie sicuramente un filo rosso che
attraversa capitoli tematici che spaziano dalla «Psicopatologia del
sovraccarico d’informazione» all’«Estetica del video online», alla «Vita
googlizattata nella società della consultazione online», solo per
citarne alcuni. Ognuno di loro può essere letto senza necessariamente
leggere gli altri, anche se il filo rosso che li unisce è dato dal
titolo originale – Networks Without Cause, reti senza una causa -, che
denuncia la crisi di una teoria critica della Rete di cui Lovink è stato
uno dei più interessanti e qualificati esponenti.
Olandese di nascita, ma «cervello in circolazione» per scelta – ha insegnato in università tedesche, australiane, ha promosso seminari itineranti che hanno avuto come tappe atenei statunitensi, spagnoli, brasiliani, inglesi, indiani, austriaci, cinesi – Geert Lovink è infatti connesso alla Rete da sempre. Ne ha registrato lo sviluppo mettendo in campo una attitudine critica che lo ha reso,appunto, uno degli studiosi più sensibili alle ambivalenze, le contraddizioni e gli effetti collaterali del cyberspazio, Non ha infatti mai sostenuto che Internet fosse la «Nuova Gerusalemme», cioè l’agognata terra promessa governata da principì di assoluta libertà e eguaglianza; anche se ha sempre sottolineato come la Rete potesse essere un mezzo per veicolare principi di libertà e eguaglianza. Né ha mai ritenuto che i modelli economici sperimentati dalla Rete prefigurassero il superamento del capitalismo, sostenendo tuttavia la necessità di sviluppare forme economiche che prendessero congedo dal lavoro salariato. Se si dovesse usare un’immagine per riassumere il suo percorso teorico, questa avrebbe molto a che fare con un vascello che mantiene una rotta che viene continuamente messa alla prova da tempeste e burrasche. Ha quindi più volte deviato dalla rotta, per poi ritornare sui suoi passi, annotando le forme di vita, digitali va da sé, presenti nelle terre visitate dopo aver fatto sosta per fare rifornimento o per riparare i guasti al vascello provocati dal mare in tempesta.
Olandese di nascita, ma «cervello in circolazione» per scelta – ha insegnato in università tedesche, australiane, ha promosso seminari itineranti che hanno avuto come tappe atenei statunitensi, spagnoli, brasiliani, inglesi, indiani, austriaci, cinesi – Geert Lovink è infatti connesso alla Rete da sempre. Ne ha registrato lo sviluppo mettendo in campo una attitudine critica che lo ha reso,appunto, uno degli studiosi più sensibili alle ambivalenze, le contraddizioni e gli effetti collaterali del cyberspazio, Non ha infatti mai sostenuto che Internet fosse la «Nuova Gerusalemme», cioè l’agognata terra promessa governata da principì di assoluta libertà e eguaglianza; anche se ha sempre sottolineato come la Rete potesse essere un mezzo per veicolare principi di libertà e eguaglianza. Né ha mai ritenuto che i modelli economici sperimentati dalla Rete prefigurassero il superamento del capitalismo, sostenendo tuttavia la necessità di sviluppare forme economiche che prendessero congedo dal lavoro salariato. Se si dovesse usare un’immagine per riassumere il suo percorso teorico, questa avrebbe molto a che fare con un vascello che mantiene una rotta che viene continuamente messa alla prova da tempeste e burrasche. Ha quindi più volte deviato dalla rotta, per poi ritornare sui suoi passi, annotando le forme di vita, digitali va da sé, presenti nelle terre visitate dopo aver fatto sosta per fare rifornimento o per riparare i guasti al vascello provocati dal mare in tempesta.
Narcisismo di massa
È dunque un teorico, ma anche un cartografo della Rete, nonché un attento storico del presente digitale che ha scelto come forma narrativa il diario di viaggio. Così, ha potuto affermare che Internet non è il paradiso (Apogeo edizioni), oppure che la crisi del 2001 metteva in evidenza il lato oscuro della Rete (Dark Fiber, Luca Sossella Edizioni), mentre annotava ironicamente che il narcisismo tipico della blogsfera non si fermava davanti neppure ai Zero comments (Bruno Mondadori) riservati agli estensori dei diari personali. E questo solo per segnalare i testi tradotti, tralasciando dunque tutti gli altri che dal 2000 ad oggi hanno scandito, anno per anno, la sua navigazione su Internet, durante la quale Lovink ha sempre messo in relazione la vita dentro lo schermo con percorsi teorici avviati per interpretare la «grande trasformazione». Da qui il serrato confronto con le tesi di Slavoj Zizek, Alain Badiou, la riflessione attorno alla biopolitica di Michel Foucault, la dialettica dell’illuminismo di Adorno e Horkheimer o il postoperaismo. Questa attenzione al pensiero critico è una costante nell’opera di Lovink, attraverso la quale ha precisato un punto di vista che non concede nulla al determinismo tecnologico di tante analisi della Rete. La messa in relazione della vita digitale con le teorie critiche del capitalismo è inoltre servito a definire lo statuto disciplinare della network culture in un contesto accademico che ha guardato a Internet come un nuovo media, rimuovendo così la vocazione «universale» di un medium che non vuole solo rappresentare la realtà, bensì, benjaminamente a produrla.
I gadget convergenti
Tutto ciò però appartiene però al passato. Questo Ossessioni collettive ritiene infatti che la «grande trasformazione» annunciata alla fine del Novecento si è compiuta. Inutile, quindi, riproporre la dicotomia tra virtuale e reale come fanno ancora alcuni seguaci di Marshall McLuahn; così come è vano quel invitare a compiere quel movimento teorico che punta a sviluppare un’analisi del presente a partire dalle tendenze presenti in Rete, ritenuta solo un laboratorio sociale e economico del nuovo capitalismo che attende di sfornare prototipi da mettere alla prova della realtà. Viviamo, lavoriamo ormai tutti nel fiume di informazioni, dati, conoscenza originati nella Rete e che da essa ha ormai esondati per diffondersi ovunque. Questo fiume rende gli uomini e le donne prigionieri dell’«istante eterno», cioè quel just in time che modella le relazioni sociali e i rapporti affettivi, amicali. Il personal computer è così un manufatto che appartiene all’archeologia del digitale, perché la miniaturizzazione dell’hardware ha reso telefoni cellulari, lavatrici, frigoriferi, televisioni il letto di quel fiume originario della Rete.
La cosiddetta convergenza tecnologica tra informatica e telecomunicazioni è sempre all’opera, costituendo l’habitat socio-tecnico sia per la produzione en general che per le relazioni sociale. Da qui, il sovraccarico di informazioni che produce stress, ma che è anche l’elemento fondamentale nonché limite strutturale del capitalismo neoliberista. Mai come in questi anni, l’economia dell’attenzione, annota Lovink, ha goduto di così tanto successo tra economisti mainstream, filosofi e teorici dei media.
Geert Lovink non è però interessato alle ultime novità tecnologiche, sia che si tratti di smartphone, iPhone o iPad. Non subisce cioè il fascino dell’ultimo gadget. È semmai interessato a monitorare criticamente di il mutamento dei rapporti sociali. Per fare questo analizza l’opzione «mi piace» del social network Facebook.
La sconfitta di Facebook
Il semplice gesto di clickare su quell’opzione è l’esemplificazione di come Internet, più che promuovere l’incontro con l’Altro da sé, spinga invece a costituire tribù di uomini e donne che non vogliono fare esperienza della diversità. Si scelgono gli amici in base a profili simili ai propri, sbarrando la strada a qualsiasi incontro imprevisto. Anni luce da quella tensione libertaria degli esordi della Rete. Su Internet infatti si costituiscono «comunità recintate» come avviene nei processi di «gentrificazione» metropolitana. Allo stesso tempo, Facebook produce simulacri di socialità basati su profili individuali standardizzati e forme deboli di militanza politica.
Il saggio di Lovink è stato mandato alle stampe quando l’annuncio della quotazione in borsa di Facebook era solo una possibilità a portata di mano che veniva salutata come la dimostrazione che il web 2.0 usciva dalla sua adolescenza per entrare nella maturità. Pochi avrebbero immaginato che la quotazione e la vendita delle azioni della società di Mark Zuckerberg sarebbe stata un fallimento. Il flop borsistico del social network potrebbe trovare una spiegazione proprio in quella ripetizione senza differenza che Lovink segnala come elemento costitutivo dello stare in Rete. Dunque una socialità che si esprime all’interno di un modello imprenditoriale che la impoverisce, standardizza per renderla l’habitat migliore per le inserzioni pubblicitarie, il vero business di Facebook. Ma anche di Google e di Twitter, espressioni di quell’«internet in tempo reale» che ha preso avvio dopo l’11 Settembre.
L’attacco alla Torri Gemelle sono ritenute da Lovink un vero e proprio spartiacque nella Rete. Da allora i social network puntano sì a trasformare in attività economica la comunicazione online, ma si trasformano anche in tecnologia del controllo sociale. Da qui la discussione serrata dell’autore sulle proposte di disconnessione dalla rete per consentire di riconquistare la sovranità sull’informazione dopo che è stata espropriata dalle big corporation. Lovink è però estremamente scettico verso le potenzialità politiche delle proposte di costituire zone temporaneamente autonome nella Rete. Lo smarrimento dopo l’attacco alle Twin Towers è stato sintetizzato da Slovoj Zizek nella fortunata espressione «benvenuti nell’universo del reale», che può tranquillamente essere cambiata in «benvenuti nella miseria della Rete», indicando con questo il fatto che l’11 settembre coincide proprio a quell’esondazione del flusso informativo – dati, immagini, suoni, analisi – dalla Rete al mondo al di fuori dello schermo. Non c’è più quindi distinzione tra virtuale e reale. Allo stesso tempo è urgente elaborare nuove tattiche di resistenza che assumano come un principio di realtà il venire meno del confine tra dentro e fuori la Rete. Così facendo, però, l’ordine dei problemi ha poco a vedere con la vita digitale, bensì con l’agire politico, le forme organizzate del conflitto, insomma con i rapporti sociali di produzione. Ed è su questo crinale che l’analisi di Lovink mostra però la sua fragilità.
Lovink usa il concetto di «reti organizzate» sviluppato da Ned Rossiter – di cui in Italia è stato pubblicato Reti organizzate (manifestolibri) – per indicare una via d’uscita dal carattere effimero dei momenti aggregativi originati della Rete. Da qui la centralità del momento organizzativo per definire le modalità delle relazioni sociali, l’alternarsi tra indipendenza dei singoli e la costruzione dell’autonomia della cooperazione sociale o di una rete politica dal potere dominante. Ma anche come un brain storming teso a definire obiettivi (sociali, politici, culturali), nonché la scansione tra tattica e strategia per raggiungerli. La rete organizzata è dunque da considerare un antidoto all’«attivismo da salotto» o alla retorica che spiega i recenti movimenti sociali come appendici della comunicazione in Rete.
Le rivolte tunisine, egiziane, ma anche Occupy Wall Street o gli indignados non sono state però esperienze organizzate dalla rete, ma sono semmai esemplificazioni della fine della dicotomia tra virtuale e reale. Il cosiddetto web 2.0 altro non è che la centralità della Rete nella comunicazione che ha un carattere tuttavia caotico, discontinuo nel tempo, effimero, dando vita a cloud computing, le nuvole di dati, che le multinazionali di Internet e dell’entertainment cercano di orientare e governare per fare affari. I movimenti sociali si sono quindi posti il problema di come condizionare il modo di produzione dell’opinione pubblica che si sta affermando nella vita associata – l’interattività e la comunicazione «molti a molti» – e che ha come vettore l’avvenuta convergenza tra Rete, i telefoni cellulari, ma anche i consolidati mass-media dell’era industriale (radio e tv).
Prigionieri del reale
I movimenti sociali sono quindi riusciti a condizionare le cloud computing, ma il loro successo è stato tuttavia effimero. La rete organizzata non è quindi la soluzione del problema, semmai indica una potenzialità e una possibile direzione che ha tuttavia bisogno di ulteriori coordinate per evitare la navigazione a vista che spesso caratterizza i movimenti sociali che da tempo hanno deciso di non «odiare i media, ma di diventare essi stessi media». E queste coordinate hanno proprio a che fare con i rapporti sociali di produzione.
L’assenza di un confine tra virtuale e reale, tra vita dentro e fuori lo schermo pone così al centro della scena proprio l’intelligenza collettiva e la cooperazione sociale in quanto materie prime della produzione della ricchezza. Il modo di produzione dell’opinione pubblica è cioè un’attività produttiva scandita da lavoro salariato, enclosures della conoscenza sans phrase, precarietà, manipolazione e controllo sociale. Temi attorno ai quali la teoria critica della Rete spesso ha ben poco da dire, ripiegando su una esaltazione dei flussi di dati come bestia ribelle che non tollera di essere addomesticata. Dimenticando, cioè, che è proprio per rispondere a questa indisponibilità al controllo che Google, Apple, Microsoft, Facebook hanno messo in campo strategie per espropriare ciò che è prodotto nella Rete, cioè la comunicazione, la conoscenza, la socialità. Le reti organizzate devono hanno dunque come sfida la riappropriazione di questo comune su cui si basa la produzione di opinione pubblica. Se non fa questo, l’attitudine critica giustamente auspicata da Lovink è ridotta a ornamento di un divenire della Rete. È cioè ridotta a opinione pubblica, cioè quel modo di essere spettatore passivo dell’esercizio del potere che nega l’azione politica e la trasformazione del reale.
lunedì 11 giugno 2012
Illusione green
L'illusione
green
di Paolo Cacciari
La «green economy»
finora non è altro che lo strumento per rilanciare e allargare il
mercato ingrassando di denaro chi detiene i brevetti (da far pagare ai
paesi in via di sviluppo)
"Formule magiche per tentare di conciliare irriducibili contraddizioni: l'aumento delle rese economiche e la salvaguardia degli ecosistemi. Capitale e natura non vanno d'accordo. Il primo s'è mangiato la seconda."
"Formule magiche per tentare di conciliare irriducibili contraddizioni: l'aumento delle rese economiche e la salvaguardia degli ecosistemi. Capitale e natura non vanno d'accordo. Il primo s'è mangiato la seconda."
Il testo integrale è sul manifesto.
venerdì 8 giugno 2012
La crisi spiegata in un post
«Stiamo pagando le conseguenze di uno dei più gravi errori finanziari mai commessi. Per un'intera generazione il mondo, con al centro l'asse formato da Londra e New York, ha abbracciato la teoria errata che il credito e la finanza potevano crescere molto più rapidamente dell'economia reale. Tutti [n.d.r.: ???] erano ciecamente convinti che in un regime di libero mercato le banche fossero infallibili. Il libero mercato non sbaglia, dicevano, succede solo alle maldestre burocrazie statali. E invece ha sbagliato, provocando la crisi del 2008. Se i governi non avessero sostenuto le banche con migliaia di miliardi di dollari, euro e sterline, ci sarebbe stat una crisi molto peggiore. Ma anche se le banche hanno potuto continuare a svolgere le loro attività, le migliaia di miliardi di debiti che avevano accumulato non sono scomparse nel nulla. E dato che i governi hanno garantito i depositi, come in Irlanda, o hanno dovuto iniettare nuovi capitali, come ha fatto di recente la Spagna, i debiti delle banche pivate sono diventati debito pubblico».
Will Hutton, "L'austerità ha fallito", The Observer, trad. it. Internazionale, 8 giugno 2012, p. 17.
Will Hutton, "L'austerità ha fallito", The Observer, trad. it. Internazionale, 8 giugno 2012, p. 17.
venerdì 25 maggio 2012
Come ti rifilo il bisogno che non hai
- Altraeconomia 41
Fonte: http://www.altreconomia.it/site/fr_contenuto_detail.php?intId=716
Numero 41, luglio/agosto 2003
Le patatine con la fame non c'entrano nulla. O quasi. La realtà è che il consumatore è diventato un target e schiere di esperti di marketing hanno un solo obiettivo: la sua "quota di stomaco"
L'economia sta in un tubo. Quello delle Pringles ormai è abbastanza familiare, da quando, nel 1999, la multinazionale Procter&Gamble decise di lanciare in grande stile le sue patatine fritte sul mercato italiano. Con un risultato clamoroso: l'intero mercato degli snack salati registrò un aumento medio del 25%, e il fatturato per Pringles fu di 100 milioni di euro nei primi 12 mesi, in un mercato che, di milioni, ne vale 450. Un riuscito esempio di come un uso sapiente del marketing e aggressive campagne pubblicitarie (investimenti per decine di miliardi di lire) possano creare i bisogni e aumentare i consumi. Perché il mercato svela i suoi meccanismi ogni volta che apriamo il portafoglio, anche solo per un languorino. E la realtà è che non c'entra la fame: la realtà è che siamo un target, un bersaglio, e il centro è un pezzo del nostro stomaco.
Pringles è la reinvenzione della patatina. Non si tratta di patate affettate e poi fritte, ma di fiocchi di patate disidratate, arricchite con amido di frumento e farina di granoturco, fritte in tempi rapidi e ad elevata temperatura. Lo stampo le rende tutte uguali e perfette nella forma. Un marchio diffuso da decenni negli Stati Uniti, approdato in Europa nei primi anni '90 ma fino al 1999 sconosciuto in Italia. Ancora oggi sono l'unico prodotto alimentare che la multinazionale statunitense vende da noi. Sono preparate a Mechelen, in Belgio (grande produttore di patate): un unico stabilimento fornisce tutta Europa.
Il giro di affari delle Pringles nel mondo è da un miliardo di dollari. A questo punto scordatevi il termine "patatina fritta". Pensate piuttosto alla squadra di analisti ed esperti di marketing che studia le mosse per imporre il nuovo prodotto. Per creare un nuovo bisogno, e conquistare quella che -davvero- si chiama "quota di stomaco" del consumatore. L'analisi di mercato che aveva anticipato il lancio (e valutato la convenienza) aveva rivelato le peculiarità del mercato italiano degli snack: una forte propensione ai prodotti dolci, e gli snack salati si consumano prevalentemente in occasioni particolari, come feste o aperitivi. Ma soprattutto un netto oligopolio: una manciata di aziende (e su tutte la più famosa, San Carlo) che fanno il mercato. Un mercato considerato "dormiente", cioè dalle grosse potenzialità di espansione.
Per far esplodere Pringles sul mercato italiano, e imporlo nelle abitudini alimentari degli italiani, la squadra decide di creare un prodotto "di culto", per replicare successi commerciali come la Coca Cola, o gli orologi Swatch. Nei mesi che precedono la comparsa sugli scaffali dei supermercati o nei bar, il team di Procter&Gamble decide di creare un'aspettativa insoddisfatta, per far parlare di Pringles senza che si potesse saperne troppo, e senza farle trovare in giro. La massima risonanza si ottiene sussurrando la novità, facendola percepire come esclusiva. L'espressione giusta è "marketing della privazione": meno un prodotto è accessibile, più è desiderato.
Per questo motivo dal febbraio 1999 iniziano a comparire nei locali notturni più alla moda di Milano e Roma confezioni di Pringles: ma non si possono comperare, sono regalate. E confezioni di Pringles se le mangiano i personaggi famosi, scelti con cura tra i punti di riferimento giovanili, perché i giovani sono il target del prodotto. Pringles deve essere percepito come un prodotto di nicchia, anche se è una nicchia di massa. E poiché i culti nascono sulla strada, per creare aspettativa, dal marketing della privazione si passa al marketing degli eventi: sponsorizzazione di eventi sportivi legati alla street culture o partnership con radio famose. Il successo della novità inizia ancor prima di aver venduto una confezione o di essere esposto in un negozio.
Questa storia va avanti per mesi, fino al lancio vero e proprio, a maggio. Da introvabile, Pringles invade il mercato, per sfruttare al meglio la domanda insoddisfatta che si era gonfiata nel periodo precedente. Il canale prediletto non sono ancora i supermercati, ma i luoghi dell'acquisto d'impulso, come bar, negozi, locali. L'investimento sulla distribuzione (il modello è la capillarità dei frigoriferi della Coca Cola) è il più imponente, e con esso arriva anche la pubblicità. Nei primi sei mesi Procter&Gamble spende in comunicazione per Pringles 13 miliardi di lire, l'equivalente dell'intera spesa della categoria degli snack salati (di allora). A tre anni di distanza il successo di Pringles, un bisogno indotto a colpi di marketing, prima che con la bontà del prodotto, si è molto ridimensionato, con il fatturato che si attesta attorno ai 55 milioni di euro. La quota di mercato (considerando tutti gli snack salati) è sotto il 10%. La Pringles-mania, creata a tavolino e sfruttata commercialmente al meglio, sembra essersi esaurita, anche se le "patatine perfette" rimangono al vertice rispetto alle concorrenti se guardiamo alla spesa pubblicitaria e agli investimenti per partnership e sponsorizzazioni. I successi hanno sempre bisogno di una spinta.
Almeno fino al prossimo culto.!!pagebreak!!
Procter&Gamble, 300 marchi per 40 miliardi di dollari. A partire da una candela
Tutto inizia con le candele che William Procter inizia a fabbricare all'inizio del XIX secolo a Cincinnati. Oggi la multinazionale cui ha dato vita insieme al cognato James Gamble nel 1837 opera in più di 160 Paesi, con un giro d'affari che supera i 40 miliardi di dollari l'anno. Metà del fatturato proviene da attività al di fuori degli Stati Uniti.
Oltre 300 marchi, per sei aree di attività: pulizia della casa e dei tessuti, cura dei bambini e igiene femminile, derivati della carta, cosmesi, alimentare, salute e cura della persona. Fanno all'incirca 102 mila dipendenti e 100 stabilimenti di produzione. Detiene più di 27 mila brevetti, e ne sforna di nuovi 3 mila l'anno (10 al giorno).
Procter&Gamble è in Italia dal 1956. 1 miliardo e 154 milioni di euro il fatturato 2001 (quasi 800 milioni in meno rispetto al 2000), gli impiegati sono poco meno di 2 mila.
Ha quattro stabilimenti: il primo è quello di Pomezia (Roma), costruito nel 1961 per produrre detersivi. Poi sono venuti Campochiaro, provincia di Campobasso (specializzato in candeggine), Gattatico (Reggio Emilia, prodotti per la casa) e Altopascio (Lucca, per i derivati della carta). I marchi: Dash, Ariel e Bolt, Ace, MastroLindo, Swiffer Viakal, Pantene, Infasil, Az, Kukident,Pampers e Tampax, Tempo e Bounty, Iams. Molti i marchi di profumi e cosmetici: Oil of Olaz, Max Factor, Laura Biagiotti, Hugo Boss, Lacoste, Helmut Lang tra gli altri.
E naturalmente, Pringles.!!pagebreak!!
Il 62 per cento del settore è in mano a un'unica azienda
Il Santo delle patatine che domina il mercato
Altro che patatine: gli italiani preferiscono le merendine. Che siano "fuori pasto" o "rompi digiuno", il mercato degli snack è coperto per i due terzi dagli spuntini dolci. Ma più che ai gusti, questo è dovuto alla presenza di colossi dolciari come Ferrero e Mulino Bianco/Barilla, o Nestlé, che si fanno concorrenza a colpi di spot e promozioni, e con una miriade di nuovi prodotti sfornati ogni mese.
Il mercato degli snack salati invece registra un elevato grado di concentrazione e una concorrenza relativamente bassa, per cui poche aziende si spartiscono i consumatori. Un mercato "dormiente", la cui crescita è sempre stata limitata all'1 o 2%. Almeno fino al periodo boom di Pringles, di cui abbiamo parlato nelle pagine precedenti, quando la novità si portò dietro anche i marchi concorrenti, e gli italiani si scoprirono golosi di patatine e affini.
Soprattutto un mercato protetto da barriere che impediscono a nuovi soggetti di entrare: la capacità distributiva, innanzitutto, e gli investimenti in comunicazione. Solo chi è in grado di garantire una presenza capillare sul territorio e fidelizzare i clienti alla propria marca ha le chance per imporsi sul mercato italiano: infatti ci è riuscita Procter&Gamble, non foss'altro perché è una delle più potenti multinazionali del pianeta (e comunque anch'essa oggi ha di gran lunga ridimensionato il suo successo). In un mercato dove la marca conta più del prezzo (chi compra un sacchetto di patatine lo fa perché ne ha voglia, e vuole scegliere un prodotto che conosce, che lo ha già soddisfatto in passato) il nome San Carlo rappresenta il primato delle patatine per antonomasia. Infatti si tratta del leader indiscusso del comparto, col 49% del totale delle vendite. Quel che non tutti sanno è che San Carlo è un marchio del gruppo Unichips (nome che al contrario può non dirvi niente), gruppo al quale appartiene anche Pai, acquistato da San Carlo nel 1992 dalla Sme (holding alimentare dell'Iri): 62 pacchetti su 100 acquistati sono di una di queste due marche.
La strategia di marketing di Unichips sfrutta la fisionomia e le barriere del mercato. L'ampiezza della gamma di offerta è infatti uno dei trucchi per mantenere il primato: solo di patatine fritte il gruppo vanta una decina di tipologie (che in gergo si chiamano "referenze"). Quella che va di più è la classica. Ma sono Unichips anche altre patatine che si trovano sugli scaffali dei supermercati (che rimangono il principale canale distributivo): Wacko's (target giovanile), Highlander (speziate, frutto dell'acquisizione di un'azienda britannica), Trattoria (rustiche). Non solo: anche molte delle patatine commercializzate dalla grande distribuzione col marchio del supermercato sono in realtà prodotte negli stabilimenti Unichips (in questo caso si parla di private label). Così voi credete di avere una marca preferita, o più conveniente, e invece mangiate sempre dallo stesso produttore.
L'altro fattore è il sacchetto (pardon, il "packaging"): la riconoscibilità immediata e la capacità di attrazione sono prerogative nei consumi d'impulso (è difficile trovare la scritta "patatine" sulla lista della spesa al supermercato, tantomeno al bar).
E poi la comunicazione. Unichips mira a segmentare la clientela per fasce di età, individuando all'interno della fascia degli adulti un'ulteriore segmentazione in base agli stili di vita e alle scelte in rapporto alla qualità e al prezzo. Per il 2003 Unichips raddoppierà l'investimento pubblicitario, portandolo da 5 a 10 milioni di euro, anche per sostenere un ulteriore sforzo distributivo, che porterà le patatine anche in canali non tradizionali, come i parchi di divertimento, le stazioni di servizio, gli aeroporti e i distributori automatici.
Ma quanto vale il mercato? San Carlo/Unichips è una vera e propria multinazionale: un'azienda da 14 stabilimenti e 380 milioni di euro di fatturato, un quarto del quale è prodotto in Francia (dove gli stabilimenti sono 5 e ha acquistato il marchio Flodor, secondo nel comparto d'Oltralpe). I dipendenti sono oltre 6 mila. Unichips è presente con i suoi stabilimenti anche in Spagna (9% del fatturato) e Gran Bretagna, e possiede aziende distributrici in Germania, Portogallo, Belgio, Olanda, Danimarca, Svizzera, Austria, Grecia, Nord Africa, Caraibi. Neanche la "materia prima", le patate, sono tutte italiane. Dipende dai periodi: a giugno e luglio arrivano dal Casertano e da Napoli, tra agosto e dicembre dal Veneto, dall'Emilia e dall'Alessandrino, il resto (da gennaio a maggio) da Francia, Germania e Belgio. Una multinazionale che però ha mantenuto una gestione familiare: l'epopea San Carlo/Unichips inizia nel 1936, con l'apertura -a Milano- della rosticceria della famiglia Vitaloni, che deve il nome alla vicina chiesa. Ancora oggi un Vitaloni (Alberto) è a capo dell'azienda.
Le patatine costituiscono il 45% della produzione complessiva di Unichips, che fa anche altri snack salati, prodotti da forno e snack dolci. Oltre la metà delle vendite di patatine si concentra al Nord (soprattutto Lombardia e Veneto), il 21% al Centro e il 24% al Sud (tra l'altro: al Sud Italia preferiscono la "Più Gusto", un po' piccante).
Le rivali di Unichips (cioè le rivali dei marchi San Carlo e Pai) sono distanti (vedi box nella pagina precedente). Amicachips, con sede a Castiglione delle Stiviere (in provincia di Mantova) ha una fetta di mercato pari a poco meno del 13%. Icafoods, che commercializza i marchi Crik Crok e Puff, è ferma a meno dell'11%.!!pagebreak!!
L'"Amica" del private label, ovvero delle marche da supermecato
Fuori gli americani. Le Pringles non appartengono (anche per una scelta di marketing) strettamente al mercato delle patatine fritte, ma più in generale a quello degli snack salati. Se guardiamo unicamente alle chips, la supremazia di Unichips è netta: il marchio San Carlo copre il 49%, Pai il 13% del mercato italiano. Di gran lunga distanziata c'è Amica Chips, azienda nata nel 1990 con due stabilimenti: uno a Castiglione delle Stiviere (vicino al lago di Garda, in provincia di Mantova), l'altro a Milano, dove si fanno anche prodotti da forno. Nel 2002 ha fatturato circa 30 milioni di euro, concentrato soprattutto nel private label, ovvero nella produzione di patatine con marchi della grande distribuzione. Investe molto in promozione: il 12% circa del giro di affari. Copre il 12,8% del mercato delle patatine.
Col 10,6% segue Ica Foods, che commercializza i marchi Crik Crok e Puff. Ica è l'unica azienda che riesce almeno a insidiare la supremazia di Unichips, pur se limitatamente al segmento della fornitura dei bar e nella ristorazione (per la quale la marca conta meno).
Ha oltre 50 anni di vita, 170 milioni di confezioni di snack vendute ogni anno e 4 stabilimenti, nei quali si preparano (oltre alle patatine) merendine, biscotti e prodotti da forno.
Le altre marche comprendono Pata (26 milioni di euro di fatturato) e Mitica foods (5 milioni di fatturato). Quest'ultima si rivolge al mercato dei giovanissimi, e per questo ha iniziato una collaborazione con Giochi Preziosi per inserire nelle confezioni di patatine gadget di vario genere.
Occhio alla quantità giornaliera massima consigliata
Destinati a ruminare. L'abitudine di mangiare in continuazione tra un pasto e l'altro sembra consolidarsi anche in Italia. Ciò è dovuto sia al progressivo abbandono del pasto come momento di aggregazione familiare (a causa del lavoro) sia alla maggiore disponibilità di alimenti che possono essere consumati mentre si è fuori casa. Contro l'opinione comune, gli studi dimostrano che gli snack non predispongono necessariamente al sovrappeso. Gli alimentaristi tuttavia puntualizzano: il consumo di snack deve avvenire a debita distanza dai pasti principali. Inoltre, è sempre bene scegliere spuntini che abbiamo il minor apporto calorico. Soprattutto (e in particolare con i prodotti fritti) bisogna stare attenti ai grassi.
In genere su ogni confezione c'è la tabella nutrizionale che indica calorie, carboidrati, grassi: la quantità giornaliera massima di quelli saturi per 100 grammi dovrebbe essere di 9 grammi. Nel caso delle patatine fritte, i grassi saturi sono tra i 18 e i 21 grammi ogni 100, ben oltre il limite giornaliero. Per cui non si dovrebbero mangiare più di due o tre sacchetti alla settimana. Un po' meglio le Pringles, che di grassi saturi ne contengono 13 grammi su 100 (quindi il "tubo" da 200 grammi ne contiene il doppio).
Fonte: http://www.altreconomia.it/site/fr_contenuto_detail.php?intId=716
Numero 41, luglio/agosto 2003
Le patatine con la fame non c'entrano nulla. O quasi. La realtà è che il consumatore è diventato un target e schiere di esperti di marketing hanno un solo obiettivo: la sua "quota di stomaco"
L'economia sta in un tubo. Quello delle Pringles ormai è abbastanza familiare, da quando, nel 1999, la multinazionale Procter&Gamble decise di lanciare in grande stile le sue patatine fritte sul mercato italiano. Con un risultato clamoroso: l'intero mercato degli snack salati registrò un aumento medio del 25%, e il fatturato per Pringles fu di 100 milioni di euro nei primi 12 mesi, in un mercato che, di milioni, ne vale 450. Un riuscito esempio di come un uso sapiente del marketing e aggressive campagne pubblicitarie (investimenti per decine di miliardi di lire) possano creare i bisogni e aumentare i consumi. Perché il mercato svela i suoi meccanismi ogni volta che apriamo il portafoglio, anche solo per un languorino. E la realtà è che non c'entra la fame: la realtà è che siamo un target, un bersaglio, e il centro è un pezzo del nostro stomaco.
Pringles è la reinvenzione della patatina. Non si tratta di patate affettate e poi fritte, ma di fiocchi di patate disidratate, arricchite con amido di frumento e farina di granoturco, fritte in tempi rapidi e ad elevata temperatura. Lo stampo le rende tutte uguali e perfette nella forma. Un marchio diffuso da decenni negli Stati Uniti, approdato in Europa nei primi anni '90 ma fino al 1999 sconosciuto in Italia. Ancora oggi sono l'unico prodotto alimentare che la multinazionale statunitense vende da noi. Sono preparate a Mechelen, in Belgio (grande produttore di patate): un unico stabilimento fornisce tutta Europa.
Il giro di affari delle Pringles nel mondo è da un miliardo di dollari. A questo punto scordatevi il termine "patatina fritta". Pensate piuttosto alla squadra di analisti ed esperti di marketing che studia le mosse per imporre il nuovo prodotto. Per creare un nuovo bisogno, e conquistare quella che -davvero- si chiama "quota di stomaco" del consumatore. L'analisi di mercato che aveva anticipato il lancio (e valutato la convenienza) aveva rivelato le peculiarità del mercato italiano degli snack: una forte propensione ai prodotti dolci, e gli snack salati si consumano prevalentemente in occasioni particolari, come feste o aperitivi. Ma soprattutto un netto oligopolio: una manciata di aziende (e su tutte la più famosa, San Carlo) che fanno il mercato. Un mercato considerato "dormiente", cioè dalle grosse potenzialità di espansione.
Per far esplodere Pringles sul mercato italiano, e imporlo nelle abitudini alimentari degli italiani, la squadra decide di creare un prodotto "di culto", per replicare successi commerciali come la Coca Cola, o gli orologi Swatch. Nei mesi che precedono la comparsa sugli scaffali dei supermercati o nei bar, il team di Procter&Gamble decide di creare un'aspettativa insoddisfatta, per far parlare di Pringles senza che si potesse saperne troppo, e senza farle trovare in giro. La massima risonanza si ottiene sussurrando la novità, facendola percepire come esclusiva. L'espressione giusta è "marketing della privazione": meno un prodotto è accessibile, più è desiderato.
Per questo motivo dal febbraio 1999 iniziano a comparire nei locali notturni più alla moda di Milano e Roma confezioni di Pringles: ma non si possono comperare, sono regalate. E confezioni di Pringles se le mangiano i personaggi famosi, scelti con cura tra i punti di riferimento giovanili, perché i giovani sono il target del prodotto. Pringles deve essere percepito come un prodotto di nicchia, anche se è una nicchia di massa. E poiché i culti nascono sulla strada, per creare aspettativa, dal marketing della privazione si passa al marketing degli eventi: sponsorizzazione di eventi sportivi legati alla street culture o partnership con radio famose. Il successo della novità inizia ancor prima di aver venduto una confezione o di essere esposto in un negozio.
Questa storia va avanti per mesi, fino al lancio vero e proprio, a maggio. Da introvabile, Pringles invade il mercato, per sfruttare al meglio la domanda insoddisfatta che si era gonfiata nel periodo precedente. Il canale prediletto non sono ancora i supermercati, ma i luoghi dell'acquisto d'impulso, come bar, negozi, locali. L'investimento sulla distribuzione (il modello è la capillarità dei frigoriferi della Coca Cola) è il più imponente, e con esso arriva anche la pubblicità. Nei primi sei mesi Procter&Gamble spende in comunicazione per Pringles 13 miliardi di lire, l'equivalente dell'intera spesa della categoria degli snack salati (di allora). A tre anni di distanza il successo di Pringles, un bisogno indotto a colpi di marketing, prima che con la bontà del prodotto, si è molto ridimensionato, con il fatturato che si attesta attorno ai 55 milioni di euro. La quota di mercato (considerando tutti gli snack salati) è sotto il 10%. La Pringles-mania, creata a tavolino e sfruttata commercialmente al meglio, sembra essersi esaurita, anche se le "patatine perfette" rimangono al vertice rispetto alle concorrenti se guardiamo alla spesa pubblicitaria e agli investimenti per partnership e sponsorizzazioni. I successi hanno sempre bisogno di una spinta.
Almeno fino al prossimo culto.!!pagebreak!!
Procter&Gamble, 300 marchi per 40 miliardi di dollari. A partire da una candela
Tutto inizia con le candele che William Procter inizia a fabbricare all'inizio del XIX secolo a Cincinnati. Oggi la multinazionale cui ha dato vita insieme al cognato James Gamble nel 1837 opera in più di 160 Paesi, con un giro d'affari che supera i 40 miliardi di dollari l'anno. Metà del fatturato proviene da attività al di fuori degli Stati Uniti.
Oltre 300 marchi, per sei aree di attività: pulizia della casa e dei tessuti, cura dei bambini e igiene femminile, derivati della carta, cosmesi, alimentare, salute e cura della persona. Fanno all'incirca 102 mila dipendenti e 100 stabilimenti di produzione. Detiene più di 27 mila brevetti, e ne sforna di nuovi 3 mila l'anno (10 al giorno).
Procter&Gamble è in Italia dal 1956. 1 miliardo e 154 milioni di euro il fatturato 2001 (quasi 800 milioni in meno rispetto al 2000), gli impiegati sono poco meno di 2 mila.
Ha quattro stabilimenti: il primo è quello di Pomezia (Roma), costruito nel 1961 per produrre detersivi. Poi sono venuti Campochiaro, provincia di Campobasso (specializzato in candeggine), Gattatico (Reggio Emilia, prodotti per la casa) e Altopascio (Lucca, per i derivati della carta). I marchi: Dash, Ariel e Bolt, Ace, MastroLindo, Swiffer Viakal, Pantene, Infasil, Az, Kukident,Pampers e Tampax, Tempo e Bounty, Iams. Molti i marchi di profumi e cosmetici: Oil of Olaz, Max Factor, Laura Biagiotti, Hugo Boss, Lacoste, Helmut Lang tra gli altri.
E naturalmente, Pringles.!!pagebreak!!
Il 62 per cento del settore è in mano a un'unica azienda
Il Santo delle patatine che domina il mercato
Altro che patatine: gli italiani preferiscono le merendine. Che siano "fuori pasto" o "rompi digiuno", il mercato degli snack è coperto per i due terzi dagli spuntini dolci. Ma più che ai gusti, questo è dovuto alla presenza di colossi dolciari come Ferrero e Mulino Bianco/Barilla, o Nestlé, che si fanno concorrenza a colpi di spot e promozioni, e con una miriade di nuovi prodotti sfornati ogni mese.
Il mercato degli snack salati invece registra un elevato grado di concentrazione e una concorrenza relativamente bassa, per cui poche aziende si spartiscono i consumatori. Un mercato "dormiente", la cui crescita è sempre stata limitata all'1 o 2%. Almeno fino al periodo boom di Pringles, di cui abbiamo parlato nelle pagine precedenti, quando la novità si portò dietro anche i marchi concorrenti, e gli italiani si scoprirono golosi di patatine e affini.
Soprattutto un mercato protetto da barriere che impediscono a nuovi soggetti di entrare: la capacità distributiva, innanzitutto, e gli investimenti in comunicazione. Solo chi è in grado di garantire una presenza capillare sul territorio e fidelizzare i clienti alla propria marca ha le chance per imporsi sul mercato italiano: infatti ci è riuscita Procter&Gamble, non foss'altro perché è una delle più potenti multinazionali del pianeta (e comunque anch'essa oggi ha di gran lunga ridimensionato il suo successo). In un mercato dove la marca conta più del prezzo (chi compra un sacchetto di patatine lo fa perché ne ha voglia, e vuole scegliere un prodotto che conosce, che lo ha già soddisfatto in passato) il nome San Carlo rappresenta il primato delle patatine per antonomasia. Infatti si tratta del leader indiscusso del comparto, col 49% del totale delle vendite. Quel che non tutti sanno è che San Carlo è un marchio del gruppo Unichips (nome che al contrario può non dirvi niente), gruppo al quale appartiene anche Pai, acquistato da San Carlo nel 1992 dalla Sme (holding alimentare dell'Iri): 62 pacchetti su 100 acquistati sono di una di queste due marche.
La strategia di marketing di Unichips sfrutta la fisionomia e le barriere del mercato. L'ampiezza della gamma di offerta è infatti uno dei trucchi per mantenere il primato: solo di patatine fritte il gruppo vanta una decina di tipologie (che in gergo si chiamano "referenze"). Quella che va di più è la classica. Ma sono Unichips anche altre patatine che si trovano sugli scaffali dei supermercati (che rimangono il principale canale distributivo): Wacko's (target giovanile), Highlander (speziate, frutto dell'acquisizione di un'azienda britannica), Trattoria (rustiche). Non solo: anche molte delle patatine commercializzate dalla grande distribuzione col marchio del supermercato sono in realtà prodotte negli stabilimenti Unichips (in questo caso si parla di private label). Così voi credete di avere una marca preferita, o più conveniente, e invece mangiate sempre dallo stesso produttore.
L'altro fattore è il sacchetto (pardon, il "packaging"): la riconoscibilità immediata e la capacità di attrazione sono prerogative nei consumi d'impulso (è difficile trovare la scritta "patatine" sulla lista della spesa al supermercato, tantomeno al bar).
E poi la comunicazione. Unichips mira a segmentare la clientela per fasce di età, individuando all'interno della fascia degli adulti un'ulteriore segmentazione in base agli stili di vita e alle scelte in rapporto alla qualità e al prezzo. Per il 2003 Unichips raddoppierà l'investimento pubblicitario, portandolo da 5 a 10 milioni di euro, anche per sostenere un ulteriore sforzo distributivo, che porterà le patatine anche in canali non tradizionali, come i parchi di divertimento, le stazioni di servizio, gli aeroporti e i distributori automatici.
Ma quanto vale il mercato? San Carlo/Unichips è una vera e propria multinazionale: un'azienda da 14 stabilimenti e 380 milioni di euro di fatturato, un quarto del quale è prodotto in Francia (dove gli stabilimenti sono 5 e ha acquistato il marchio Flodor, secondo nel comparto d'Oltralpe). I dipendenti sono oltre 6 mila. Unichips è presente con i suoi stabilimenti anche in Spagna (9% del fatturato) e Gran Bretagna, e possiede aziende distributrici in Germania, Portogallo, Belgio, Olanda, Danimarca, Svizzera, Austria, Grecia, Nord Africa, Caraibi. Neanche la "materia prima", le patate, sono tutte italiane. Dipende dai periodi: a giugno e luglio arrivano dal Casertano e da Napoli, tra agosto e dicembre dal Veneto, dall'Emilia e dall'Alessandrino, il resto (da gennaio a maggio) da Francia, Germania e Belgio. Una multinazionale che però ha mantenuto una gestione familiare: l'epopea San Carlo/Unichips inizia nel 1936, con l'apertura -a Milano- della rosticceria della famiglia Vitaloni, che deve il nome alla vicina chiesa. Ancora oggi un Vitaloni (Alberto) è a capo dell'azienda.
Le patatine costituiscono il 45% della produzione complessiva di Unichips, che fa anche altri snack salati, prodotti da forno e snack dolci. Oltre la metà delle vendite di patatine si concentra al Nord (soprattutto Lombardia e Veneto), il 21% al Centro e il 24% al Sud (tra l'altro: al Sud Italia preferiscono la "Più Gusto", un po' piccante).
Le rivali di Unichips (cioè le rivali dei marchi San Carlo e Pai) sono distanti (vedi box nella pagina precedente). Amicachips, con sede a Castiglione delle Stiviere (in provincia di Mantova) ha una fetta di mercato pari a poco meno del 13%. Icafoods, che commercializza i marchi Crik Crok e Puff, è ferma a meno dell'11%.!!pagebreak!!
L'"Amica" del private label, ovvero delle marche da supermecato
Fuori gli americani. Le Pringles non appartengono (anche per una scelta di marketing) strettamente al mercato delle patatine fritte, ma più in generale a quello degli snack salati. Se guardiamo unicamente alle chips, la supremazia di Unichips è netta: il marchio San Carlo copre il 49%, Pai il 13% del mercato italiano. Di gran lunga distanziata c'è Amica Chips, azienda nata nel 1990 con due stabilimenti: uno a Castiglione delle Stiviere (vicino al lago di Garda, in provincia di Mantova), l'altro a Milano, dove si fanno anche prodotti da forno. Nel 2002 ha fatturato circa 30 milioni di euro, concentrato soprattutto nel private label, ovvero nella produzione di patatine con marchi della grande distribuzione. Investe molto in promozione: il 12% circa del giro di affari. Copre il 12,8% del mercato delle patatine.
Col 10,6% segue Ica Foods, che commercializza i marchi Crik Crok e Puff. Ica è l'unica azienda che riesce almeno a insidiare la supremazia di Unichips, pur se limitatamente al segmento della fornitura dei bar e nella ristorazione (per la quale la marca conta meno).
Ha oltre 50 anni di vita, 170 milioni di confezioni di snack vendute ogni anno e 4 stabilimenti, nei quali si preparano (oltre alle patatine) merendine, biscotti e prodotti da forno.
Le altre marche comprendono Pata (26 milioni di euro di fatturato) e Mitica foods (5 milioni di fatturato). Quest'ultima si rivolge al mercato dei giovanissimi, e per questo ha iniziato una collaborazione con Giochi Preziosi per inserire nelle confezioni di patatine gadget di vario genere.
Occhio alla quantità giornaliera massima consigliata
Destinati a ruminare. L'abitudine di mangiare in continuazione tra un pasto e l'altro sembra consolidarsi anche in Italia. Ciò è dovuto sia al progressivo abbandono del pasto come momento di aggregazione familiare (a causa del lavoro) sia alla maggiore disponibilità di alimenti che possono essere consumati mentre si è fuori casa. Contro l'opinione comune, gli studi dimostrano che gli snack non predispongono necessariamente al sovrappeso. Gli alimentaristi tuttavia puntualizzano: il consumo di snack deve avvenire a debita distanza dai pasti principali. Inoltre, è sempre bene scegliere spuntini che abbiamo il minor apporto calorico. Soprattutto (e in particolare con i prodotti fritti) bisogna stare attenti ai grassi.
In genere su ogni confezione c'è la tabella nutrizionale che indica calorie, carboidrati, grassi: la quantità giornaliera massima di quelli saturi per 100 grammi dovrebbe essere di 9 grammi. Nel caso delle patatine fritte, i grassi saturi sono tra i 18 e i 21 grammi ogni 100, ben oltre il limite giornaliero. Per cui non si dovrebbero mangiare più di due o tre sacchetti alla settimana. Un po' meglio le Pringles, che di grassi saturi ne contengono 13 grammi su 100 (quindi il "tubo" da 200 grammi ne contiene il doppio).
lunedì 21 maggio 2012
Lista delle banche armate italiane
In anteprima, la
nuova lista delle banche armate italiane
Fonte: Altreconomia
Dalla
Relazione ufficiale sull'export di armi 2011 (anticipata da un rapporto stringato ed incompleto)
ecco spuntare i nomi delle banche più coinvolte nel settore: Deutsche
Bank e BNL-BNP Paribas si confermano in testa
alla lista.
Dopo qualche ulteriore giorno di attesa, dopo i primi dati raccolti nel Rapporto introduttivo della Presidenza del Consiglio già arrivato con qualche ritardo, siamo finalmente entrati in possesso dei voluminosi tomi che compongono la Relazione al Parlamento sull'export di armi.
E cosa ci dicono i numeri del 2011? Viene confermata una diffusa problematicità a riguardo dei tipi di armamento e soprattutto delle loro destinazioni in aree "calde" e problematiche del globo. Non si possono prendere sotto gamba forniture come quelle di navi e lacrimogeni all'Algeria o elicotteri e fucili al Turkmenistan, e per questo la discussione in sede di opinione pubblica e di Parlamento è davvero fondamentale.
Per quanto riguarda l'appoggio bancario alla vendita estera dei nostri sistemi d'arma (per chiarezza ricordiamo che ciò significa, per i dati di competenza della legge 185/90, la concessione di conti correnti su cui far arrivare i pagamenti delle forniture) si va ad intensificare la tendenza degli scorsi anni.
Nella propria relazione, che fa parte del gruppo raccolto dalla Presidenza del Consiglio per la presentazione al Parlamento, il Ministero dell'Economia anzi sottolinea con una certa soddisfazione di aver registrato un "trend positivo rispetto al 2010, con un incremento del valore complessivo autorizzato pari a circa il 14 per cento".
La movimentazione finanziaria totale è stata di oltre 4 miliardi di euro, dei quali 2,5 relativi ad operazioni di esportazione (definitiva e temporanea) e i restanti 1,5 derivanti da importazioni di materiale d'armamento. Circa 113 milioni di euro sono finiti nelle tasche degli intermediari di questo tipo di commercio.
Ma quali sono le banche coinvolte? Come per il passato c'è una concentrazione di operazioni su alcuni soggetti ben determinati: se guardiamo alle sole esportazioni definitive, sei istituti bancari hanno da soli movimentato l'80% (cioè 1900 milioni di euro) dei flussi. Da notare qui una frase che ci pare errata nella relazione del Ministero, e cioè quella che afferma che cinque banche da sole hanno il 40% delle autorizzazioni totali con 1,6 miliardi di controvalore, che in realtà equivale a circa il 67%.
Per numero di autorizzazioni è Deutsche Bank a fare la parte del leone (345 su 881) attestandosi come importi autorizzati su circa 665 milioni di euro (lo scorso anno erano 836). Se consideriamo le singole banche il colosso tedesco è saldamente in testa alla classifica, ma se invece sommiamo i valori di istituti appartenenti allo stesso gruppo è ancora l'alleanza BNP Paribas e BNL a prendersi l'onore del primo posto. La succursale italiana della banca francese ha avuto autorizzazioni per un importo di 491 milioni di euro (96 autorizzazioni rilasciate e un calo dagli 862 dello scorso anno) mentre la controllata BNL si porta in casa 223 milioni di euro (più del doppio del 2010) con 57 autorizzazioni. In pratica una redistribuzione interna di autorizzazioni. Sopra i 100 milioni di euro altre due banche estere come Barclays Bank (185 milioni) e Credit Agricole (175 milioni) mentre per i colossi di casa nostra (tra l'altro partecipanti a percorsi di trasparenza importanti e ben strutturati) troviamo dati abbastanza divergenti. Se gli sforzi degli ultimi anni di uscita dalla lista di IntesaSanPaolo paiono coronati da successo (solo 1 autorizzazione per 4.000 euro nel 2011) è Unicredit ad avere "in pancia" ancora diverse operazioni: considerando anche i dati della divisione "Corporate" sono state autorizzati 65 incassi per un controvalore di circa 180 milioni di euro.
Tra le banche territorialmente legate alla produzione di natura militare vanno poi elencati il Banco di Brescia (17 autorizzazioni per 120 milioni), la Banca Valsabbina (20 autorizzazioni per 67 milioni) e la Cassa di Risparmio della Spezia (73 rilasci per 52 milioni di importi autorizzati).
Più ridotti sono gli importi relativi alle autorizzazioni per esportazioni temporanee, ma anche qui è Deutsche Bank a prendersi gli "onori delle cronache" con il 60% del totale dei flussi certificati dal Ministero. I dati dell'Economia forniscono poi grafici e tabelle relativi alle aree geografiche da cui provengono i pagamenti per le esportazioni definitive (quasi il 50% per paesi OSCE e America settentrionale, oltre il 40% verso Africa, Asia e Medio Oriente) che però sono poco significativi. L'analisi delle destinazioni ha molto più senso al momento dell'autorizzazione di partenza, dove si gioca veramente la scelta politica e non solo la realizzazione operativa di qualcosa già deciso.
Forse può essere maggiormente interessante andare a vedere quali aziende hanno percepito incassi reali nel corso del 2011, sempre sulla base di autorizzazioni alla contrattazione ed alla vendita ricevute negli anni precedenti. Anche i flussi finanziari confermano che il comparto più in salute della nostra industria a produzione militare è quello aeronautico: Agusta e AgustaWestland (elicotteri, per quasi 829 milioni), AleniaAermacchi (aerei, 200 milioni) e Avio (motoristica per aerei, 145 milioni) da sole si sono prese il 48% degli incassi dell'anno. Più a distanza il comparto navale con Orizzonte Sistemi Navali (352 milioni da una sola fornitura, all'Algeria) e Whitehead Alenia Sistemi Subacquei (95 milioni); da menzionare anche Oto Melara (cannoni e artiglieria) che ha portato a casa 124 milioni di euro da 147 diversi incassi e soprattutto Fabbrica d'Armi Pietro Beretta (38 milioni) e Fiocchi Munizioni (5 milioni). Non traggano in inganno gli importi bassi: una pistola, un fucile o un proiettile non costano come un elicottero ma il loro impatto in giro per il mondo può essere ancora più devastante.
Tutto ciò deriva da un'analisi di primo livello della Relazione al Parlamento, che come detto è una prescrizione della legge 185/90 (emendata nel 2003) che mira a raccogliere e mettere a disposizione di Deputati e Senatori (anche se paradossalmente poi chi la legge sono soprattutto i disarmisti…) un serie di documenti prodotti dai Ministeri coinvolti nel percorso di vendita dei nostri sistemi d'arma. Una mole di dati come al solito impressionante anche se, ancora una volta, ciò non coincide con una migliore trasparenza e conoscenza. Mai come in questo caso, in assoluta continuità con il recente passato, la copiosa presenza di numero significa opacità e difficoltà di lettura. Cosa potrebbe capire da una relazione del genere un Parlamentare, che per legge sarebbe chiamato a controllare l'operato governativo sulla vendita di armi, sollecitato da mille altri tematiche e posto di fronte a degli aspetti altamente tecnici? Come si può considerare atto di trasparenza la diffusione di una Relazione di oltre 2500 pagine in forma cartacea o, quando lo sarà anche in formato digitale, tramite un file Pdf senza alcuna possibilità di ricerca per numero o termine perché composto a partire da scansioni e non da una esportazione proveniente dai file di base?
Nonostante questo le organizzazioni del mondo del disarmo continuano ad auspicare una discussione dei dati della Relazione in sede parlamentare, anche con l'aiuto delle analisi proposte da chi queste numerose pagine ha la pazienza di leggersele. L'analisi tratteggiata qualche riga sopra, al di là di tutti i numeri forniti, è comunque parziale e per propria natura incompleta. Non esistendo una fonte di dati che fornisca un collegamento diretto tra l'autorizzazione di incasso ad una banca al paese/arma/azienda a cui esso si riferisce, è difficile ad un primo occhio capire che tipo di transazione sia stata appoggiata dalle diverse banche, e quali sistemi d'arma le nostre industrie abbiano fornito in tutto il mondo. Il che conferma la poca trasparenza di cui ci si lamenta da tempo, richiamata fin dall'inizio.
A queste obiezioni sull'accesso reale ai dati rilevanti di questo comparto spesso i rappresentanti del Governo rispondono che non c'è alcuna opacità e che in realtà tutto quanto si può raccogliere a livello di informazione viene fornito con il massimo dettaglio. Se preso alla lettera ciò è vero: anche nella Relazione di questo anno esiste una precisa e grossa tabella relativa agli incassi riferiti alle singole autorizzazioni concesse dal Ministero degli Esteri, compreso il paese di destinazione. Peccato che per riuscire a capire a quale reale fornitura questi dati si riferiscano (chi ha venduto? che tipo di armamento?) e quale sia stato l'istituto di credito di appoggio occorra incrociare (sperando nella fortuna) le diverse altre tabelle fornite. Con l'obbligo di tenere in considerazione anche quelle degli anni passati!
Una follia: basterebbe infatti fornire un'unica tabella proveniente da unico database, dal quale ciascuno potrebbe aggregare a piacimento i dati complessivi di interesse. Non dovrebbe essere difficile, nel 2012 e in piena era informatica.
***
Ecco la tabella riassuntiva degli incassi autorizzati (per esportazioni definitive sopra i 5 milioni complessivi per istituto)
Dopo qualche ulteriore giorno di attesa, dopo i primi dati raccolti nel Rapporto introduttivo della Presidenza del Consiglio già arrivato con qualche ritardo, siamo finalmente entrati in possesso dei voluminosi tomi che compongono la Relazione al Parlamento sull'export di armi.
E cosa ci dicono i numeri del 2011? Viene confermata una diffusa problematicità a riguardo dei tipi di armamento e soprattutto delle loro destinazioni in aree "calde" e problematiche del globo. Non si possono prendere sotto gamba forniture come quelle di navi e lacrimogeni all'Algeria o elicotteri e fucili al Turkmenistan, e per questo la discussione in sede di opinione pubblica e di Parlamento è davvero fondamentale.
Per quanto riguarda l'appoggio bancario alla vendita estera dei nostri sistemi d'arma (per chiarezza ricordiamo che ciò significa, per i dati di competenza della legge 185/90, la concessione di conti correnti su cui far arrivare i pagamenti delle forniture) si va ad intensificare la tendenza degli scorsi anni.
Nella propria relazione, che fa parte del gruppo raccolto dalla Presidenza del Consiglio per la presentazione al Parlamento, il Ministero dell'Economia anzi sottolinea con una certa soddisfazione di aver registrato un "trend positivo rispetto al 2010, con un incremento del valore complessivo autorizzato pari a circa il 14 per cento".
La movimentazione finanziaria totale è stata di oltre 4 miliardi di euro, dei quali 2,5 relativi ad operazioni di esportazione (definitiva e temporanea) e i restanti 1,5 derivanti da importazioni di materiale d'armamento. Circa 113 milioni di euro sono finiti nelle tasche degli intermediari di questo tipo di commercio.
Ma quali sono le banche coinvolte? Come per il passato c'è una concentrazione di operazioni su alcuni soggetti ben determinati: se guardiamo alle sole esportazioni definitive, sei istituti bancari hanno da soli movimentato l'80% (cioè 1900 milioni di euro) dei flussi. Da notare qui una frase che ci pare errata nella relazione del Ministero, e cioè quella che afferma che cinque banche da sole hanno il 40% delle autorizzazioni totali con 1,6 miliardi di controvalore, che in realtà equivale a circa il 67%.
Per numero di autorizzazioni è Deutsche Bank a fare la parte del leone (345 su 881) attestandosi come importi autorizzati su circa 665 milioni di euro (lo scorso anno erano 836). Se consideriamo le singole banche il colosso tedesco è saldamente in testa alla classifica, ma se invece sommiamo i valori di istituti appartenenti allo stesso gruppo è ancora l'alleanza BNP Paribas e BNL a prendersi l'onore del primo posto. La succursale italiana della banca francese ha avuto autorizzazioni per un importo di 491 milioni di euro (96 autorizzazioni rilasciate e un calo dagli 862 dello scorso anno) mentre la controllata BNL si porta in casa 223 milioni di euro (più del doppio del 2010) con 57 autorizzazioni. In pratica una redistribuzione interna di autorizzazioni. Sopra i 100 milioni di euro altre due banche estere come Barclays Bank (185 milioni) e Credit Agricole (175 milioni) mentre per i colossi di casa nostra (tra l'altro partecipanti a percorsi di trasparenza importanti e ben strutturati) troviamo dati abbastanza divergenti. Se gli sforzi degli ultimi anni di uscita dalla lista di IntesaSanPaolo paiono coronati da successo (solo 1 autorizzazione per 4.000 euro nel 2011) è Unicredit ad avere "in pancia" ancora diverse operazioni: considerando anche i dati della divisione "Corporate" sono state autorizzati 65 incassi per un controvalore di circa 180 milioni di euro.
Tra le banche territorialmente legate alla produzione di natura militare vanno poi elencati il Banco di Brescia (17 autorizzazioni per 120 milioni), la Banca Valsabbina (20 autorizzazioni per 67 milioni) e la Cassa di Risparmio della Spezia (73 rilasci per 52 milioni di importi autorizzati).
Più ridotti sono gli importi relativi alle autorizzazioni per esportazioni temporanee, ma anche qui è Deutsche Bank a prendersi gli "onori delle cronache" con il 60% del totale dei flussi certificati dal Ministero. I dati dell'Economia forniscono poi grafici e tabelle relativi alle aree geografiche da cui provengono i pagamenti per le esportazioni definitive (quasi il 50% per paesi OSCE e America settentrionale, oltre il 40% verso Africa, Asia e Medio Oriente) che però sono poco significativi. L'analisi delle destinazioni ha molto più senso al momento dell'autorizzazione di partenza, dove si gioca veramente la scelta politica e non solo la realizzazione operativa di qualcosa già deciso.
Forse può essere maggiormente interessante andare a vedere quali aziende hanno percepito incassi reali nel corso del 2011, sempre sulla base di autorizzazioni alla contrattazione ed alla vendita ricevute negli anni precedenti. Anche i flussi finanziari confermano che il comparto più in salute della nostra industria a produzione militare è quello aeronautico: Agusta e AgustaWestland (elicotteri, per quasi 829 milioni), AleniaAermacchi (aerei, 200 milioni) e Avio (motoristica per aerei, 145 milioni) da sole si sono prese il 48% degli incassi dell'anno. Più a distanza il comparto navale con Orizzonte Sistemi Navali (352 milioni da una sola fornitura, all'Algeria) e Whitehead Alenia Sistemi Subacquei (95 milioni); da menzionare anche Oto Melara (cannoni e artiglieria) che ha portato a casa 124 milioni di euro da 147 diversi incassi e soprattutto Fabbrica d'Armi Pietro Beretta (38 milioni) e Fiocchi Munizioni (5 milioni). Non traggano in inganno gli importi bassi: una pistola, un fucile o un proiettile non costano come un elicottero ma il loro impatto in giro per il mondo può essere ancora più devastante.
Tutto ciò deriva da un'analisi di primo livello della Relazione al Parlamento, che come detto è una prescrizione della legge 185/90 (emendata nel 2003) che mira a raccogliere e mettere a disposizione di Deputati e Senatori (anche se paradossalmente poi chi la legge sono soprattutto i disarmisti…) un serie di documenti prodotti dai Ministeri coinvolti nel percorso di vendita dei nostri sistemi d'arma. Una mole di dati come al solito impressionante anche se, ancora una volta, ciò non coincide con una migliore trasparenza e conoscenza. Mai come in questo caso, in assoluta continuità con il recente passato, la copiosa presenza di numero significa opacità e difficoltà di lettura. Cosa potrebbe capire da una relazione del genere un Parlamentare, che per legge sarebbe chiamato a controllare l'operato governativo sulla vendita di armi, sollecitato da mille altri tematiche e posto di fronte a degli aspetti altamente tecnici? Come si può considerare atto di trasparenza la diffusione di una Relazione di oltre 2500 pagine in forma cartacea o, quando lo sarà anche in formato digitale, tramite un file Pdf senza alcuna possibilità di ricerca per numero o termine perché composto a partire da scansioni e non da una esportazione proveniente dai file di base?
Nonostante questo le organizzazioni del mondo del disarmo continuano ad auspicare una discussione dei dati della Relazione in sede parlamentare, anche con l'aiuto delle analisi proposte da chi queste numerose pagine ha la pazienza di leggersele. L'analisi tratteggiata qualche riga sopra, al di là di tutti i numeri forniti, è comunque parziale e per propria natura incompleta. Non esistendo una fonte di dati che fornisca un collegamento diretto tra l'autorizzazione di incasso ad una banca al paese/arma/azienda a cui esso si riferisce, è difficile ad un primo occhio capire che tipo di transazione sia stata appoggiata dalle diverse banche, e quali sistemi d'arma le nostre industrie abbiano fornito in tutto il mondo. Il che conferma la poca trasparenza di cui ci si lamenta da tempo, richiamata fin dall'inizio.
A queste obiezioni sull'accesso reale ai dati rilevanti di questo comparto spesso i rappresentanti del Governo rispondono che non c'è alcuna opacità e che in realtà tutto quanto si può raccogliere a livello di informazione viene fornito con il massimo dettaglio. Se preso alla lettera ciò è vero: anche nella Relazione di questo anno esiste una precisa e grossa tabella relativa agli incassi riferiti alle singole autorizzazioni concesse dal Ministero degli Esteri, compreso il paese di destinazione. Peccato che per riuscire a capire a quale reale fornitura questi dati si riferiscano (chi ha venduto? che tipo di armamento?) e quale sia stato l'istituto di credito di appoggio occorra incrociare (sperando nella fortuna) le diverse altre tabelle fornite. Con l'obbligo di tenere in considerazione anche quelle degli anni passati!
Una follia: basterebbe infatti fornire un'unica tabella proveniente da unico database, dal quale ciascuno potrebbe aggregare a piacimento i dati complessivi di interesse. Non dovrebbe essere difficile, nel 2012 e in piena era informatica.
***
Ecco la tabella riassuntiva degli incassi autorizzati (per esportazioni definitive sopra i 5 milioni complessivi per istituto)
| ISTITUTO | AUTORIZAZZAZIONI | IMPORTI |
| Deutsche Bank | 345 | 664.433.783 € |
| BNP Paribas Italia | 96 | 491.388.309 € |
| Banca Nazionale del Lavoro | 57 | 222.975.288 € |
| Barclays Bank | 25 | 184.959.352 € |
| Credit Agricole | 3 | 174.565.969 € |
| Unicredit spa | 55 | 169.282.325 € |
| Banco di Brescia | 17 | 119.866.736 € |
| Natixia Sa | 12 | 69.732.801 € |
| Banca Valsabbina | 20 | 67.047.638 € |
| Cassa di Risparmio della Spezia | 73 | 51.979.437 € |
| Banca Popolare Commercio e Industria | 6 | 43.473.615 € |
| CommerzBank | 33 | 33.978.166 € |
| Banco di Sardegna | 13 | 25.744.801 € |
| Banca Popolare dell'Etruria e del Lazio | 4 | 10.967.544 € |
| Unicredit Corporate Banking | 10 | 8.970.467 € |
| Banco di San Giorgio | 9 | 8.508.080 € |
| Banca Carige | 24 | 7.724.478 € |
| Banco Bilbao Vizcaya | 8 | 6.410.004 € |
| Societé Generale | 2 | 5.216.236 € |
giovedì 10 maggio 2012
Ignazio Visco: Il capitale umano
L'80% deli italiani tra i 16 e i 64 anni ha un'insufficiente "competenza alfabetica funzionale" (non padroneggia la lingua)
L'80% deli italiani tra i 16 e i 64 anni ha un'insufficiente "competenza alfabetica funzionale" (non padroneggia la lingua)
Il prevedibile calo dell’offerta di lavoro potrà essere compensato solo con un prolungamento della vita lavorativa, salvo ipotizzare un’insostenibile accelerazione dei flussi migratori. Le stime dell’Istat già incorporano un afflusso netto di immigrati di oltre 170.000 unità all’anno nei prossimi quarant’anni. Nel 2050 gli stranieri residenti supererebbero i 10,5 milioni, oltre il 17 per cento della popolazione totale. Si stima che, comprendendo anche le seconde generazioni, circa il 37 per cento delle persone di età compresa tra i 15 e i 54 anni sarà nato all’estero o in Italia da genitori immigrati.
Forze della demografia e forze dell’economia
L’invecchiamento della popolazione italiana non ha però solo implicazioni per l’offerta di lavoro. La popolazione anziana richiede servizi di cura e assistenza che sono per loro natura ad alta intensità di lavoro. In effetti, quasi metà dell’aumento di 2,6 milioni di occupati tra il 1993 e il 2009 è avvenuta nella sanità e nell’assistenza sociale, negli altri servizi pubblici, sociali e personali, e nelle attività svolte da famiglie.
In breve, la demografia ci darà una forza lavoro sempre più anziana ed eterogenea nella sua provenienza geografica. Ciò richiede investimenti nella formazione permanente per riqualificare persone a cui è chiesto di rimanere più a lungo al lavoro e politiche di integrazione per gli immigrati, soprattutto nelle scuole per facilitare l’inserimento delle seconde generazioni. La crescente domanda nelle attività di cura offrirà nuove opportunità di occupazione, se il sistema produttivo sarà in grado di sostenerle.
In ogni caso, la questione centrale rimane quella della crescita economica. Sullo sfondo sono le due grandi forze che hanno caratterizzato l’ultimo trentennio: la globalizzazione, con l’ingresso nel sistema degli scambi (non solo commerciali) di aree e grandi potenze prima autarchiche, e lo sviluppo e la diffusione delle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione, con un impatto trasversale e crescente su tutti i settori economici e sulla società in generale.
Con la globalizzazione sono cresciuti impetuosamente la dimensione dei mercati e gli scambi commerciali, si sono affermati sulla scena mondiale nuovi grandi protagonisti: tra il 1993 e il 2009 la quota di Brasile, Cina, India e Russia è salita da meno di un sesto a quasi un quarto del prodotto mondiale. La rapida crescita economica dei Paesi emergenti, impegnati in uno straordinario processo di catching up, ha innalzato il benessere per molti abitanti del pianeta. Questo progresso pone tuttavia sfide assai grandi, non solo per l’esclusione di ampie fasce di popolazione che ancora non ne beneficiano nei Paesi emergenti e in quelli rimasti ai margini del processo, ma anche per le prospettive di reddito e occupazione delle economie più avanzate.
La pressione competitiva può essere particolarmente difficile da sostenere, in particolare in Paesi come il nostro dove la specializzazione produttiva non comporta l’utilizzo di tecnologie altamente avanzate, vi è abbondanza di lavoro con qualificazioni relativamente basse e la dimensione media delle imprese è ridotta. La concorrenza tende a ridurre i prezzi, con beneficio per i consumatori indipendentemente da dove vengano prodotti i beni e i servizi che essi acquistano, ma comporta una pressione sui margini di profitto delle imprese nazionali. Si stima che l’aumento della penetrazione delle importazioni cinesi abbia contenuto la crescita dei prezzi alla produzione praticati dalle imprese manifatturiere italiane nel periodo 1996-2006 di circa 10 punti percentuali; l’effetto è più forte per le imprese meno produttive e proprio in quei settori dove è più intenso il ricorso a manodopera poco istruita[ii].
L’integrazione dei mercati mondiali si è intersecata e, per molti versi, è stata alimentata dall’introduzione delle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione, che hanno radicalmente cambiato l’organizzazione del lavoro e i nostri stessi stili di vita. Il ritardo nell’adozione di queste nuove tecniche può aver rappresentato per molti una grave perdita competitiva, minando le stesse possibilità di crescita nel lungo periodo. In Italia, gli investimenti nelle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione (Ict) e il loro utilizzo nei processi produttivi sono ancora molto più bassi che nei nostri principali partner. In rapporto al complesso degli investimenti fissi (al netto delle costruzioni), essi si ragguagliano a circa l’11 per cento, contro il 16 e il 14 per cento di Francia e Germania e il 20-25 dei Paesi nordici della Ue (così come del Regno Unito e degli Stati Uniti). In parte, questo può riflettere l’arretratezza del nostro capitale umano, in parte, le caratteristiche strutturali del nostro sistema industriale – dove pure sono in corso cambiamenti di rilievo – e in particolare il fatto che le nostre imprese sono in media molto più piccole di quelle dei nostri partner.
Come cambierà la domanda di lavoro
Quindici anni fa, Richard Freeman si chiedeva retoricamente se i nostri salari non fossero ormai fissati a Pechino[iii]. La pressione competitiva della Cina e delle altre economie emergenti ha avuto profonde ripercussioni sui mercati del lavoro dei Paesi avanzati, soprattutto indebolendo le prospettive di reddito e l’impiego dei lavoratori meno qualificati, sui quali è ricaduto l’onere maggiore della globalizzazione. Difficilmente i salari e le condizioni di lavoro degli operai che nei distretti tradizionali del nostro Paese producono per un mercato standardizzato globale possono essere isolati da ciò che avviene in Cina, Romania o Tunisia. Se pure questo effetto è innegabile, esso non è però il solo: gli sviluppi tecnologici sono un altro potente fattore che influenza la struttura della domanda di lavoro.
Per lungo tempo, l’interpretazione prevalente è stata che le nuove tecnologie avvantaggiano i lavoratori skilled rispetto a quelli unskilled, rafforzando e confondendosi con l’effetto della globalizzazione. Ma le conseguenze della diffusione dei computer sono probabilmente più complesse: i computer rappresentano un complemento alle funzioni manageriali e intellettuali non di routine, mentre sono un sostituto per quelle più di routine, che possono essere codificate in una procedura per stadi potenzialmente effettuabile da un sistema computerizzato; il loro impatto è invece di per sé trascurabile per le attività manuali non ripetitive, che non possono essere rimpiazzate da una macchina.
Peraltro, le nuove tecnologie hanno dispiegato solo in parte i loro effetti. Nella Richard T. Ely Lecture al congresso annuale dell’American Economic Association del gennaio 2010, Hal Varian – già autore di alcuni tra i più influenti testi di microeconomia e oggi chief economist di Google – ha prefigurato vari modi in cui l’uso sistematico del computer e di internet influenzerà le transazioni economiche: stimolerà la nascita di nuove forme contrattuali, rendendo possibile monitorare il comportamento dei contraenti e quindi l’adozione di clausole condizionali su aspetti che in passato non erano osservabili; faciliterà l’estrazione e l’analisi di dati e agevolerà la conduzione di esperimenti controllati, per esempio sulle preferenze degli individui che utilizzano la rete; renderà possibile una crescente personalizzazione delle offerte ai consumatori, in termini di prezzo e prodotti proposti. Questo quadro indica la necessità di disporre di nuove professionalità, come la capacità di raccogliere, gestire e analizzare tempestivamente le banche dati, grandi e piccole, raccolte nella rete. Più in generale, suggerisce che le competenze, degli operatori come degli utilizzatori, dovranno essere aggiornate rapidamente, per la velocità con cui vengono introdotte le applicazioni per internet.
Si aprono nuovi spazi di interazione; ad esempio, il cloud computing consente di migliorare la produttività di chi lavora nel settore della conoscenza grazie alla possibilità di prescindere da una comune residenza fisica delle persone che collaborano a un progetto. Molte delle occupazioni legate alla conoscenza possono però essere svolte in modalità di interazione remota e non sono quindi isolate dalla concorrenza dei Paesi emergenti. È questa una delle caratteristiche salienti dell’attuale fase di globalizzazione: l’unbundling, come l’ha definito Richard Baldwin, ovvero la possibilità di delocalizzare non un’intera produzione, ma solo alcune sue parti, quali per esempio la progettazione. L’esperienza recente mostra che i Paesi avanzati che stanno meglio cogliendo le opportunità offerte dal nuovo paradigma tecnologico e dall’integrazione dei mercati mondiali sono quelli che hanno puntato a sviluppare le fasi di ricerca e sviluppo di nuovi prodotti, del design, dei servizi di marketing, della logistica. Un esempio illuminante è quello dell’iPod: solo il 2 per cento del suo prezzo di vendita finale arriva al Paese produttore del manufatto fisico[iv]. Il resto è distribuito tra i servizi di progettazione, distribuzione, marketing, design.
In generale, i fenomeni di fondo che stanno investendo le nostre economie modificheranno profondamente anche le caratteristiche professionali richieste ai lavoratori del XXI secolo. Già si osserva in molti Paesi una “polarizzazione” delle professioni: una crescita più pronunciata delle mansioni manuali e delle professioni a più alta qualificazione a scapito degli impieghi intermedi. La rapidità e l’imprevedibilità dei cambiamenti impongono di accrescere la velocità di risposta dell’economia, un problema che riguarda l’intero Paese, le sue istituzioni e il suo sistema produttivo, non solo il capitale umano e l’adattabilità della sua forza lavoro. Si è fortemente ridotta la nostra capacità di prefigurare quali saranno i nuovi beni e servizi richiesti di qui a pochi anni tanto è rapido il processo di innovazione tecnologica. Altrettanto difficile è prevedere le nuove professionalità necessarie a produrli.
È altamente probabile tuttavia che con il proseguimento della tendenza a una progressiva scomparsa dei lavori a contenuto più routinario a favore di quelli non di routine, già emersa negli anni Ottanta in occasione della prima ondata di diffusione dei personal computer, i nuovi lavori che via via si renderanno disponibili con il procedere dell’innovazione tecnologica richiederanno di andare oltre l’applicazione di conoscenze standardizzate. Il capitale umano non tenderà più a coincidere semplicemente con il bagaglio conoscitivo delle persone e la produttività dei lavoratori non sarà più essenzialmente legata alle conoscenze acquisite una volta per tutte sui banchi di scuola e applicate in modo standard nel corso della vita lavorativa. Assumerà invece importanza crescente ciò che gli educatori definiscono come “competenza”: la capacità, cioè, di mobilitare, in maniera integrata, risorse interne (saperi, saper fare, atteggiamenti) ed esterne, per far fronte in modo efficace a situazioni spesso inedite e certamente non di routine.
La crescita del capitale umano: istruzione, conoscenze, competenze
Da qualche anno le raccomandazioni ad accrescere il capitale umano si sono fatte più ricorrenti e sono ormai una costante del dibattito di politica economica e non solo. In effetti le evidenze empiriche non lasciano dubbi[v]. In termini di stock di capitale umano il nostro è un Paese arretrato e, almeno per quanto riguarda i laureati, continua ad arretrare nei confronti dei Paesi avanzati. La loro quota sulla popolazione, pur aumentata dal 9 al 14 per cento tra il 1998 e il 2008, è cresciuta meno di quella dei nostri partner; nel 2008 il divario è così salito da 12 a 14 punti percentuali rispetto alla media Ocse (da 10 a 11 rispetto alla Ue). Il risultato è che il divario per la popolazione giovane è oggi superiore a quello per la popolazione di età 55-64 anni.
Gli anni medi di istruzione sono ancora, tuttavia, una misura piuttosto imprecisa della dotazione di capitale umano. Anche alla luce delle considerazioni precedenti, una misura più adeguata è quella basata sulla rilevazione delle conoscenze e delle competenze della popolazione. Ora, le competenze della popolazione oltre l’età dell’obbligo scolastico sono nel nostro Paese inferiori a quelle di tutti i Paesi che hanno partecipato all’ultima indagine condotta dall’Ocse in materia, che risale al 2003. Secondo questa indagine, l’Adult Literacy and Lifeskills (All), la popolazione adulta italiana, presa nel suo complesso, non possiede una “competenza alfabetica funzionale” adeguata alle esigenze di un Paese avanzato: l’80 per cento circa degli italiani di età compresa tra i 16 e i 64 anni ha un livello di padronanza della lingua madre giudicato sostanzialmente insufficiente. In confronto, nei Paesi con competenze più elevate (come la Norvegia) questa quota non supera il 30 per cento mentre in quelli in posizione intermedia (Canada, Stati Uniti, Svizzera) non si va oltre il 50 per cento. Se questo dato risente dello sviluppo relativamente recente della scolarità di massa in Italia, non sembra che questa sia l’unica causa: la stessa indagine All mostra infatti come nella fascia di età fra i 16 e i 25 anni l’Italia evidenzi un divario rispetto agli altri Paesi solo marginalmente inferiore a quello che caratterizza la classe di età tra i 46 e i 65 anni[vi].
Per le generazioni più giovani, nelle tre indagini Pisa condotte dall’Ocse tra il 2000 e il 2006, l’Italia ha sempre evidenziato un significativo ritardo nelle competenze degli studenti quindicenni (in Italia per il 92 per cento all’interno della scuola media superiore) in ciascuno degli ambiti indagati, quantificabile, rispetto alla media dei Paesi Ocse, in poco meno di quello che si impara in un anno di scuola. Dal confronto tra Pisa e le altre indagini internazionali relative a momenti precedenti dell’iter scolastico, appare però evidente come questo ritardo derivi da un progressivo deterioramento qualitativo con il procedere dei vari ordini di scuola. L’evidenza è congruente con la diffusa opinione di una buona qualità delle nostre scuole elementari e di una deludente qualità della scuola media. Di fatto, la scuola elementare sembra efficace nel favorire l’apprendimento della lettura e delle scienze, meno per la matematica, indipendentemente dal set di Paesi presi a riferimento. Nella scuola secondaria di primo grado i risultati in scienze sono peggiori della media delle indagini internazionali, indipendentemente dal gruppo di Paesi scelti come riferimento, e le difficoltà nella matematica si aggravano.
Occorre quindi decisamente “investire in conoscenza”, ma occorre anche approfondire quali sono e come accrescere le “competenze” di cui vi sarà sempre più bisogno. Al riguardo, la discussione è in atto da alcuni anni e coinvolge il mondo della ricerca pedagogica ma anche quello dell’economia. A titolo di esempio si può citare il progetto “Partnership for 21st Century Skills”, una iniziativa congiunta del governo federale e di alcune importanti imprese statunitensi finalizzata ad agire come catalizzatore per colmare il divario tra quello che gli studenti imparano a scuola e quello che servirà loro nel mondo del lavoro. Oltre al bagaglio irrinunciabile costituito da conoscenze tradizionali (lingue, matematica, scienze, economia, educazione civica, ma anche storia, arte, geografia), sempre più occorrerà integrare la padronanza dei concetti afferenti a queste discipline con quelle che stanno emergendo come le competenze del XXI secolo: l’esercizio del pensiero critico e l’attitudine al problem solving, la creatività e la disponibilità positiva nei confronti dell’innovazione, la capacità di comunicare in modo efficace, l’apertura alla collaborazione e al lavoro di gruppo[vii].
I Paesi Ocse stanno ora avviando un’indagine disegnata appositamente per misurare l’attitudine al problem solving nella popolazione adulta (Piaac), riprendendo iniziative precedenti, quali All e la precedente Ials, che già avevano indagato le cosiddette literacy e numeracy degli adulti[viii]. Oltre al coinvolgimento di un più ampio numero di Paesi, pressoché tutti quelli avanzati membri dell’Ocse, la nuova indagine si caratterizzerà per una maggiore attenzione all’uso e alle ricadute (in termini di reddito e di condizione lavorativa) delle competenze possedute dagli adulti nel mondo del lavoro. Tra queste saranno incluse, per la prima volta, anche le capacità di problem solving in un contesto caratterizzato dalle nuove tecnologie e le difficoltà linguistiche specificamente incontrate dai soggetti con un basso livello di literacy. Per un sottoinsieme di Paesi, sarà possibile tracciare un quadro evolutivo delle competenze effettivamente possedute dagli adulti.
L’Italia partecipa a questa iniziativa, anche se purtroppo non al modulo sul problem solving nei contesti Ict. Sarà importante che i dati, che per l’Italia verranno raccolti dall’Isfol per conto del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, diano luogo ad approfondite riflessioni, così come è gradualmente accaduto con i dati raccolti da Pisa, che stanno utilmente stimolando un ragionamento sulla efficacia e sulla equità del nostro sistema educativo.
Le condizioni per la formazione del nuovo capitale umano
La scuola tradizionale era fondata sulla trasmissione di un corpo standardizzato di conoscenze, organizzato per discipline. L’attenzione era centrata sul sapere, sull’acquisizione di nozioni e procedure ben codificate. I metodi di insegnamento erano funzionali a questi obiettivi. La struttura della classe, il suo layout fisico, la scansione degli orari delle lezioni, il ruolo degli insegnanti erano tutti coerenti con l’idea che vi fosse un depositario della conoscenza con il potere e la responsabilità di trasmetterla ad alcuni soggetti in condizione di subordinazione. L’organizzazione del mercato del lavoro con scale salariali che riflettevano da vicino i livelli di istruzione forniva agli studenti i corretti incentivi per motivarli a conformarsi al modello di scuola proposto.
È lecito chiedersi se questa tecnologia possa produrre il capitale umano necessario per il XXI secolo. È probabile che siano invece da ripensare i tradizionali rapporti tra conoscenze e risoluzione di problemi, tra sapere e saper fare, tra conoscenza e pratica. Il superamento di metodi didattici fondati su una sostanziale separazione tra l’apprendimento delle conoscenze e il loro successivo utilizzo nella vita lavorativa potrebbe richiedere l’introduzione di importanti cambiamenti nell’organizzazione scolastica, nei metodi di insegnamento, negli stessi edifici e ambienti scolastici. La situazione di partenza della nostra scuola non facilita questi cambiamenti.
L’età media dei nostri insegnanti è elevata: se pure rappresenta un patrimonio di conoscenze ed esperienze che non va trascurato, difficilmente favorisce la spinta a ripensare ruoli e metodi di insegnamento. La struttura dei contratti di lavoro e le regole di mobilità tra scuole degli insegnanti producono un elevatissimo turnover dei docenti: in media, ogni anno cambia scuola un insegnante su quattro. L’alto numero di insegnanti nel confronto internazionale (oltre 800.000 di cui poco meno di 94.000 assunti con contratti con scadenza inferiore all’anno e altri 24.000 con contratti annuali) si traduce in lunghe liste di attesa che rendono difficile reclutare nuovi docenti formati ai metodi educativi più efficaci per lo sviluppo delle competenze per il XXI secolo. La scarsità dei fondi a disposizione, l’assenza di un obbligo contrattuale alla formazione, lo scoraggiamento rendono altrettanto difficile la modifica dei comportamenti di chi sta già insegnando. Eppure vi è bisogno di interventi formativi, così come di un sistema efficace di incentivi e di validi criteri di selezione in grado di differenziare e dare adeguato riconoscimento al merito, alla preparazione e alle condizioni ambientali.
Il rilancio della scuola, in ultima analisi, è un tema centrale della politica economica, non una semplice questione di finanza pubblica né tanto meno una questione settoriale. Questo spiega ovviamente l’attenzione che questo tema oggi riceve.
Ma l’investimento in capitale umano non è solo quello che si effettua nella scuola. In Italia, gli aspetti formativi dell’apprendistato sono spesso carenti, anche per lo iato tra attività formative esplicite predisposte dalle regioni, competenti in materia, e vita aziendale; mancano prassi di certificazione delle competenze effettivamente acquisite sul posto di lavoro; l’apprendistato è spesso un mero strumento contrattuale per ridurre il costo del lavoro e rendere temporaneo il rapporto tra impresa e lavoratore. Questa difficoltà di sviluppo del sistema formativo presso le imprese deriva anche dalla particolare natura del nostro sistema produttivo, incentrato sulle piccole e piccolissime imprese per le quali non è agevole istituire percorsi formativi al loro interno.
Occorre comprendere che sempre più l’investimento in capitale umano è un’attività da coltivare lungo l’intero arco della nostra vita. Non lo si può limitare agli anni di studio nella scuola e nell’università, né ai primi anni di inserimento nel mercato del lavoro. D’altro canto, questo obiettivo può essere raggiunto solo grazie a profondi cambiamenti nell’offerta formativa delle scuole e forse delle imprese. Soprattutto richiede che siano presenti nel sistema economico adeguati incentivi, tali da spingere chi studia e chi è presente sul mercato del lavoro a investire su di sé, anche al di là di quello che viene garantito dall’istruzione pubblica.
Investire in capitale umano è una buona idea: permette di trovare lavoro più facilmente, di guadagnare di più, di vivere meglio e più a lungo. L’entità di questi benefici, confrontata con quella dei costi da sostenere per istruirsi, determina l’entità dell’investimento. Pure, oggi gli incentivi monetari che dovrebbero indurre i giovani a preferire il duro lavoro su se stessi rispetto alle scorciatoie troppo spesso indicate dai prevalenti modelli culturali non sembrano nel nostro Paese elevati, se confrontati con quanto avviene in altre nazioni.
Sulla base dei dati pubblicati nell’ultimo Education at a Glance dell’Ocse, mentre un diplomato di età compresa tra i 25 e i 34 anni guadagna in Italia circa il 10 per cento in più di un coetaneo senza un diploma, in Germania, nel Regno Unito e negli Stati Uniti i divari sono notevolmente più ampi (pari rispettivamente, nel 2008, al 14, al 39 e al 45 per cento). Una situazione forse anche peggiore si riscontra tra i laureati. In Italia una laurea consente a un giovane di età compresa tra i 25 e i 34 anni di avere un reddito da lavoro di circa 24 punti percentuali superiore a quello di un diplomato, un valore basso nel confronto internazionale: il “premio” di laurea per i giovani francesi è del 36 per cento, per i tedeschi del 46, del 49 e 65 per cento per gli inglesi e gli americani.
I differenziali salariali in Italia non sono solo oggi inferiori a quelli di altri Paesi, ma sono anche, per dato livello di istruzione, assai meno ampi per i lavoratori più giovani di quelli per i più anziani; bassi sono quindi gli incentivi ad investire in capitale umano. La retribuzione di un diplomato di età compresa tra i 55 e i 64 anni è mediamente del 64 per cento più elevata di quella di un lavoratore privo di diploma di scuola secondaria superiore (dati del 2006), contro il 10 per cento per un giovane di età compresa tra i 25 e i 34 anni. Sempre nella fascia di età 55-64, un laureato guadagna il 46 per cento in più di un diplomato, a fronte del 24 per cento di cui si è detto sopra per la fascia di età più giovane. Per un giovane laureato i salari di ingresso nel mercato del lavoro sono oggi pari in termini reali a quelli di trenta anni fa[ix]. I giovani che si affacciano oggi sul mercato del lavoro sono quindi esclusi dai benefici della crescita del reddito occorsa negli ultimi decenni.
Un incentivo a investire in istruzione potrebbe venire dalla constatazione che chi studia ha una probabilità di trovare un lavoro stabile più elevata degli altri. L’equivalenza tra titoli di studio elevati e qualità e sicurezza del posto di lavoro era una certezza della quale hanno goduto molte generazioni fino alla metà degli anni novanta. Da allora le prospettive offerte dal mercato del lavoro si sono fatte più incerte, la peregrinazione tra non partecipazione alle forze di lavoro, disoccupazione, collaborazioni coordinate e continuative e a progetto, contratti di lavoro a tempo determinato è diventata la caratteristica di una intera generazione quasi indipendentemente dal livello di istruzione posseduto.
Secondo le rilevazioni dell’Istat, solo un quarto circa dei giovani tra 25 e 34 anni occupati nel 2008 con un contratto a tempo determinato o di collaborazione aveva trovato dopo 12 mesi un lavoro a tempo indeterminato o era occupato come lavoratore autonomo, mentre oltre un quinto era transitato verso la disoccupazione o era uscito dalle forze di lavoro. Al titolo di studio non sembra essere associata una più alta probabilità di “transitare” verso un’occupazione stabile: tra il 2008 e il 2009 questo è stato il caso per meno di un terzo dei lavoratori privi di un diploma di scuola secondaria superiore, contro un quarto dei lavoratori con un diploma o una laurea.
Forse le difficoltà che incontrano i nostri giovani sul mercato del lavoro dipendono esse stesse dalla transizione verso un nuovo equilibrio. Da un lato, se la qualità dell’istruzione fornita dal sistema scolastico fosse mediamente inadeguata, le imprese potrebbero rispondere, in condizioni di informazione imperfetta, con un’offerta generalizzata di bassi salari. Dall’altro, sempre più il mercato potrebbe chiedere oggi a studenti educati in un sistema scolastico tradizionale competenze nuove, adatte a operare nel XXI secolo. I giovani pagano con bassi salari e condizioni di lavoro precarie l’incompatibilità tra ciò che sanno e ciò che viene loro richiesto. È dubbio che queste condizioni favoriscano l’investimento su se stessi a cui così spesso vengono invitati. Certo, la crisi economica e le difficoltà di crescita della nostra economia, in un contesto di cambiamenti epocali, hanno contribuito a rendere l’adeguamento della struttura produttiva particolarmente difficile, con conseguenze di rilievo anche nel mercato del lavoro. La maggiore flessibilità ha certamente reso più agevole l’assorbimento della disoccupazione, particolarmente elevata alla metà degli anni novanta. Bisogna però chiedersi perché ereditiamo un sistema di incentivi così distorto che mina alla base la capacità della nostra economia di segnalare agli agenti la direzione nella quale l’allocazione delle risorse offre i migliori rendimenti per tutti.
Nel caso dei giovani il nodo può stare nella modalità con la quale abbiamo liberalizzato il mercato del lavoro e l’uso che abbiamo fatto dello spazio creato da un mercato più libero. Gli strumenti di flessibilità via via disegnati tra la metà degli anni Novanta e i primi anni del nuovo secolo hanno riguardato quasi esclusivamente le nuove coorti entrate nel mercato del lavoro; su di esse si è scaricato l’intero onere dell’aggiustamento strutturale reso necessario dall’innovazione tecnologica, l’apertura dei mercati e l’impossibilità di ricorrere a ulteriori svalutazioni del cambio. È possibile che la stortura nel sistema degli incentivi derivi dal fatto che abbiamo utilizzato i margini ottenuti con la maggiore flessibilità del mercato del lavoro, e la contestuale riduzione dei salari reali, per garantire comunque la sopravvivenza anche a quelle imprese che non hanno intrapreso il necessario aggiustamento strutturale.
Sciogliere i nodi
La crisi finanziaria e la recessione globale hanno colto il nostro Paese in un momento delicato, di trasformazione del suo sistema produttivo dopo quindici e più anni di stagnazione economica. I dati sono noti, ma può essere utile ricordare che la produttività totale dei fattori, una variabile utilizzata per approssimare il miglioramento nell’efficienza produttiva, era nel 2009 appena superiore al livello del 1993, con un incremento complessivo del 2 per cento nel settore privato e del 3,6 nell’industria in senso stretto. Nel biennio 2006-07, prima dello scoppio della crisi, si erano tuttavia manifestati i segni positivi di un processo di ristrutturazione di ampie parti del sistema produttivo italiano.
Le statistiche aggregate nascondono una forte e crescente eterogeneità nella performance aziendale all’interno dei singoli settori. Sono molte le imprese che non hanno compiuto l’aggiustamento strutturale che era necessario. Ma vi sono anche numerose imprese che hanno accresciuto valore aggiunto, produttività e redditività, innovando le strategie aziendali, impiegando forza lavoro più qualificata, rinnovando la gamma dei prodotti, investendo sul marchio, internazionalizzando la rete dei fornitori e l’assistenza post vendita, in breve agendo sui fattori che permettono di fornire un prodotto caratterizzato e differenziato e andare così oltre la pura concorrenza di prezzo[x].
Molti nodi strutturali rimangono insoluti. In un saggio dell’inizio degli anni Novanta si individuava, ad esempio, nel modesto sviluppo quantitativo e qualitativo delle attività terziarie, risultato di un deficit di concorrenza, uno dei potenziali ostacoli alla piena partecipazione dell’Italia al processo di integrazione europea[xi]. Questo sembra ancora essere il caso, come confermano molte analisi più recenti. Inoltre, la ridotta dimensione delle imprese italiane sempre più si rivela un freno allo sviluppo, alla luce dei cambiamenti dell’economia mondiale: difficilmente le piccole imprese possono sfruttare le economie di scala generate dall’internazionalizzazione e dall’innovazione.
La risoluzione di questi nodi è stata rimandata grazie ad alcune delle misure adottate negli ultimi due decenni. Come già notato, le riforme che hanno accresciuto la flessibilità nell’impiego del lavoro hanno facilitato l’aumento dell’occupazione e la riduzione della disoccupazione. Ma ciò è avvenuto in parte rilevante con un maggior ricorso ai contratti a termine che hanno alla lunga effetti negativi sulla produttività del lavoro e la profittabilità. Soprattutto, in assenza di decisi progressi sul fronte della concorrenza e della riduzione di protezioni e di rendite di varia natura, l’abbassamento delle retribuzioni d’ingresso dei più giovani ha consentito di allungare i tempi della risposta del settore produttivo alle sfide della globalizzazione e della rivoluzione tecnologica.
Alla lentezza della risposta si è quindi accompagnata una relativa salvaguardia dei livelli di occupazione, con il rischio, però, di rendere bassi gli incentivi necessari per effettuare l’investimento in capitale umano dal quale dipende in ultima istanza la possibilità di un ritorno alla crescita nel nostro Paese. Pure, è questa una condizione essenziale, e la natura dell’investimento non è affatto semplice. Non si tratta infatti soltanto di accrescere le conoscenze fornite dal sistema educativo, ma di incrementare le competenze necessarie per lavorare e produrre in un contesto che l’apertura internazionale e l’espansione impetuosa delle nuove tecnologie hanno reso assai diverso da quello prevalente fino a pochi anni fa. Mentre si cerca di uscire dall’attuale fase recessiva, oltre a interrogarsi sulle professionalità e l’adattabilità della forza di lavoro di domani, occorre mettere in atto le iniziative più appropriate, sui diversi piani dell’intervento pubblico, dell’informazione, della risoluzione dei nodi strutturali, per accrescere gli incentivi pubblici e privati a bene investire nella scuola, nel capitale di conoscenze e competenze, nella nostra formazione permanente.
[Fonte: I. Visco, Il capitale umano per il XXI secolo,«Il Mulino» n. 1/2011, pp. 6-20.]
venerdì 4 maggio 2012
Bonelli attacca Vendola «Perché il via libera?»
Fonte e articolo completo: La Gazzetta del Mezzogiorno
TARANTO - «È venuto il momento che su Taranto Nichi Vendola la smetta con le narrazioni e cominci ad occuparsi seriamente dell'inquinamento che, ogni giorno, ruba un pezzo di futuro ai cittadini di Taranto». Lo dichiara il presidente nazionale dei Verdi, Angelo Bonelli, che chiede al Presidente della Regione Puglia di spiegare immediatamente le ragioni che hanno portato la Regione a dare l'assenso all'Autorizzazione Integrata ambientale all'Ilva di Taranto che autorizza l'aumento delle produzioni a 15 milioni di tonnellate: spiegazioni oggi rese ancora più attuale anche alla luce della perizia della Procura della Repubblica di Taranto su quell'Aia. Ed ancora: «Com'è possibile che né il ministero dell'Ambiente, né la Regione Puglia abbiano preso in considerazione la nota dei carabinieri sulle irregolarità riscontrate all'interno dell'Ilva? Alla luce di quanto sta emergendo chiediamo che ministero, Regione, Provincia e Comune di Taranto ritirino immediatamente le firme sull'Aia che rappresenta una dichiarazione di di guerra nei confronti della città più inquinata d'Italia e d'Europa».
Bonelli aggiunge: «È assurdo che nonostante l'altissimo livello di inquinamenti e la grande concentrazione industriale nella città dove viene emesso il 95% della diossina italiana la Regione Puglia abbia autorizzato il quarto inceneritore - conclude Bonelli -. Ricordiamo che l'area di Taranto è un Sin, ovvero un sito di interesse nazionale dove andrebbero fatte bonifiche e non fatti aumentare i livelli di inquinamento». [...]
Fonte e articolo completo: La Gazzetta del Mezzogiorno
TARANTO - «È venuto il momento che su Taranto Nichi Vendola la smetta con le narrazioni e cominci ad occuparsi seriamente dell'inquinamento che, ogni giorno, ruba un pezzo di futuro ai cittadini di Taranto». Lo dichiara il presidente nazionale dei Verdi, Angelo Bonelli, che chiede al Presidente della Regione Puglia di spiegare immediatamente le ragioni che hanno portato la Regione a dare l'assenso all'Autorizzazione Integrata ambientale all'Ilva di Taranto che autorizza l'aumento delle produzioni a 15 milioni di tonnellate: spiegazioni oggi rese ancora più attuale anche alla luce della perizia della Procura della Repubblica di Taranto su quell'Aia. Ed ancora: «Com'è possibile che né il ministero dell'Ambiente, né la Regione Puglia abbiano preso in considerazione la nota dei carabinieri sulle irregolarità riscontrate all'interno dell'Ilva? Alla luce di quanto sta emergendo chiediamo che ministero, Regione, Provincia e Comune di Taranto ritirino immediatamente le firme sull'Aia che rappresenta una dichiarazione di di guerra nei confronti della città più inquinata d'Italia e d'Europa».
Bonelli aggiunge: «È assurdo che nonostante l'altissimo livello di inquinamenti e la grande concentrazione industriale nella città dove viene emesso il 95% della diossina italiana la Regione Puglia abbia autorizzato il quarto inceneritore - conclude Bonelli -. Ricordiamo che l'area di Taranto è un Sin, ovvero un sito di interesse nazionale dove andrebbero fatte bonifiche e non fatti aumentare i livelli di inquinamento». [...]
Il complotto del petrolio per negare l´allarme clima
Fonte: La Repubblica, 4 maggio 2012articolo di Federico Rampini
Ha entrate annue che sfiorano il mezzo “triliardo” (quasi 500 miliardi di dollari), superiori alla maggior parte degli Stati-nazione del pianeta. Le agenzie di rating le danno un voto di solvibilità superiore al Tesoro degli Stati Uniti. Per gli ultimi 60 anni è stata quasi sempre la multinazionale con più profitti e con il massimo valore in Borsa (solo di recente sorpassata da Apple). È soprattutto «un´entità sovrana indipendente, che tratta gli Stati Uniti da potenza a potenza, ha la sua politica estera autonoma, e un´organizzazione interna simile a quella di un grande apparato militare». È la Exxon, la compagnia petrolifera più grande di tutti i tempi e l´avversaria implacabile delle riforme ambientaliste. Un colosso capace di esercitare un potere di veto non solo sui governi del Terzo mondo, non solo sul Congresso di Washington, ma perfino sulla scienza.
La rivelazione contenuta in una grande inchiesta americana è proprio questa: il ruolo sistematico del gruppo petrolifero nel falsificare per anni la scienza sul cambiamento climatico, finanziare ogni sorta di teorie negazioniste, influenzando l´opinione pubblica e interferendo sul dibattito politico americano. Con una «doppiezza» clamorosa: al suo interno, intere task-force di geologi della Exxon studiano come arricchire la compagnia grazie al cambiamento climatico. I recenti accordi con Vladimir Putin per lo sfruttamento di giacimenti sotto l´Artico, sono il primo “dividendo” che la Exxon incassa da quel riscaldamento ambientale che ha cercato di confutare per anni. Le rivelazioni sui segreti della Exxon sono contenute nel libro “Private Empire” (“Impero privato”) che esce in questi giorni negli Stati Uniti.
L´autore, Steve Coll, è una grande firma del giornalismo investigativo, ha già vinto due premi Pulitzer, tra i suoi libri-inchiesta più importanti ce n´è uno sul clan dei Bin Laden e uno sulle guerre di George Bush. È anche presidente della New America Foundation, un think tank di Washington. Questo libro monumentale (700 pagine) è il frutto di anni di ricerche, 400 interviste, incluse tra queste anche numerose fonti interne alla stessa Exxon.
Fra i temi affrontati c´è il ruolo della multinazionale petrolifera nel sostenere regimi dittatoriali che opprimono i loro popoli, si reggono al potere con le armi e le violenze di massa. Più volte ong umanitarie come Human Rights Watch hanno denunciato la Exxon per i legami avuti con despoti feroci in Indonesia (pre-democrazia), Venezuela, Guinea equatoriale, Ciad, nonché con la Russia di Putin. In certi casi perfino la politica estera degli Stati Uniti è stata sabotata dalla «politica estera della Exxon». Lo stesso George W. Bush, il presidente più amico dei petrolieri nella storia d´America, nel 2001 sbottò con il premier indiano: «Nessuno riesce a influenzare le scelte della Exxon». Un caso limite è quello del Ciad nel 2006, quando il dittatore locale, il generale Idriss Déby, fu messo sotto pressione dall´Amministrazione Bush e dalla Banca mondiale perché destinasse almeno una parte della rendita petrolifera all´istruzione e alle cure mediche per il suo popolo, anziché all´acquisto di armi. La Exxon «staccò» un assegno di 700 milioni di dollari per Déby, permettendogli così di ignorare Bush e la Banca mondiale.
Al centro delle rivelazioni di Coll c´è la lunga guerra di Exxon contro la scienza. Un´operazione condotta per anni in modo segreto, usando come schermo dei «centri studi» pseudo-indipendenti, potenti agenzie di lobbying, comitati di azione per il finanziamento dei politici. Un´offensiva organizzata con metodi pressoché «militari», da parte di una multinazionale che Coll descrive come «una potenza costruita sulla segretezza aziendale, severe regole di sicurezza interna equiparabili alle scatole nere che sono le agenzie di intelligence delle superpotenze». Il chief executive che ha impresso l´influenza maggiore è stato Lee Raymond, lui stesso un ingegnere chimico di formazione, «convinto di avere personalmente le conoscenze sufficienti per giudicare gli scienziati climatologi». Mezzi pressoché illimitati furono messi al servizio di una vasta campagna di disinformazione, depistaggio, denigrazione: con l´obiettivo di promuovere una «contro-scienza», con un «bacino di esperti alternativi», cioè scienziati negazionisti disposti ad assecondare gli interessi di Big Oil.
Quella campagna iniziò nel 1993 ma ebbe un´accelerazione e un´escalation di mezzi a partire dal 1997, in coincidenza con gli Accordi di Kyoto. Anche altre potenze del petrolio, delle energie fossili, dell´automobile, si opposero a Kyoto. «Ma la campagna della Exxon – dice Coll – fu unica per il suo attacco alla scienza. Sia in prima persona, sia attraverso l´American Petroleum Institute (una Confindustria dei petrolieri, ndr), cominciarono a finanziare ogni sorta di gruppi e associazioni neoliberiste, piccoli e grandi, tutti uniti dalla stessa strategia: sfidare la validità della scienza sul cambiamento climatico, mettendo in dubbio sia le responsabilità dell´inquinamento industriale sia l´esistenza stessa di un riscaldamento da CO2». Coll ha raccolto le prove che «furono usati metodi e tattiche prese in prestito dall´industria del tabacco quando si adoperò per ritardare la presa di coscienza dei danni del fumo, in certi casi furono addirittura le stesse persone o le stesse organizzazioni che passarono da una campagna all´altra». Nessun altro però ebbe la formidabile efficacia dispiegata dalla Exxon nel mobilitare una vasta coalizione anti-Kyoto. «Finanziando generosamente piccoli gruppi di scienziati scettici, spesso privi di competenze e qualificazioni specifiche, offrendo loro campagne di comunicazione e relazioni pubbliche, Exxon diede a queste voci un peso sproporzionato nel dibattito scientifico». Il risultato finale: «Riuscì a creare l´impressione nei mass media e nell´opinione pubblica che la comunità scientifica era lacerata da una tremenda controversia, laddove invece questa controversa era marginale e in via di superamento».
Non solo durante i due mandati presidenziali di Bush, ma anche nell´Amministrazione Obama il potere di veto della Exxon si è rivelato insormontabile: impossibile far passare al Congresso la normativa «cap-and-trade» con cui Obama avrebbe limitato le emissioni carboniche; impossibile anche abolire i 4 miliardi di sussidi annui che il contribuente americano versa a Big Oil (come se non bastassero i pingui profitti delle compagnie). Di fatto, osserva Coll, gli Stati Uniti hanno tutti gli svantaggi di una «compagnia petrolifera di Stato» che condiziona prepotentemente le loro decisioni politiche, senza avere su di lei alcuna influenza: «La stazza di Exxon, il suo ruolo dentro il sistema politico, la percentuale del Pil che rappresenta, la sua presenza nel mondo intero la rendono simile a un ente di Stato; salvo che si oppone ad ogni regolamentazione e controllo sulle sue attività». La beffa finale, riguardo al cambiamento climatico, è che la Exxon ne trarrà benefici immensi.
Le sue équipe geologiche hanno studiato da tempo gli effetti del riscaldamento del pianeta, anticipando di anni che lo scioglimento dei ghiacci artici avrebbe reso più facile sfruttare quei giacimenti sottomarini. Ora la Exxon ha potuto annunciare un patto con Putin, che le apre l´accesso alla zona russa dell´Artico, «e riserve sottomarine pari a molti miliardi di dollari». Dunque alla fine Exxon si è «convertita» al cambiamento climatico. Invece nel dibattito elettorale americano la destra continua a recitare i dogmi impartiti dagli indottrinatori dei think tank negazionisti: non solo gli estremisti come Rick Santorum e Newt Gingrich già eliminati dalla gara per la nomination, ma anche il vincitore Mitt Romney che affronterà Obama a novembre, continua a ripetere la lezione che la Exxon ha dettato per anni: «Noi non sappiamo che cosa causa il cambiamento climatico, e spendere miliardi per ridurre le emissioni di CO2 è sbagliato». In molti Stati, la destra repubblicana è riuscita a imporre che nelle scuole i prof debbano presentare una versione «imparziale» sul cambiamento climatico, dando pari peso alle teorie negazioniste. L´investimento della Exxon è stato ben remunerato.
******
“PENSANO SOLO AI PROFITTI E NON AL FUTURO DELL´UMANITÀ”, di MARK HERTSGAARD
È soprattutto per colpa della Exxon-Mobil se gli Stati Uniti – e di conseguenza il mondo intero – non hanno preso iniziative forti contro la devastante minaccia dei cambiamenti climatici. Ovviamente anche le altre compagnie produttrici di combustibili fossili hanno contrastato l´imposizione di limiti alle emissioni di gas a effetto serra, responsabili del riscaldamento globale. Ma nessun´altra azienda si è mostrata aggressiva o intransigente quanto la Exxon-Mobil nel negare la consolidata evidenza scientifica che sta dietro ai cambiamenti climatici. Nessun´altra azienda ha speso così tanti milioni di dollari per seminare il dubbio fra politici, giornalisti, imprenditori e cittadini. E considerando che nessun´altra azienda in tutta la storia umana ha mai avuto così tanti milioni di dollari a sua disposizione, non c´è da stupirsi che i suoi sforzi abbiamo dato frutti. Dopo vent´anni di propaganda l´opinione pubblica americana rimane confusa e divisa sui pericoli dei cambiamenti climatici. E il Governo federale non è riuscito a prendere misure serie per combattere un problema che al ritmo con cui sta progredendo renderà il pianeta inabitabile entro la fine di questo secolo.
Beninteso, i dirigenti della Exxon-Mobil e delle altre compagnie petrolifere sanno benissimo che il riscaldamento globale rappresenta un pericolo reale. Come facciamo a saperlo? Grazie ai documenti interni che sono stati rivelati nel corso di un processo e che sono stati pubblicati dal New York Times. All´inizio degli anni 90, la Exxon-Mobil fu tra i fondatori di un gruppo di imprese, la Global Climate Coalition, che aveva come scopo di acquietare i timori dell´opinione pubblica per il riscaldamento globale e di bloccare iniziative ufficiali come il protocollo di Kyoto. Nel 1995, due anni prima che i leader mondiali firmassero il protocollo, la Global Climate Coalition ricevette un rapporto dal suo comitato di consulenza scientifico: questi scienziati accuratamente selezionati informavano la Exxon-Mobil e gli altri che le prove scientifiche del fatto che il riscaldamento globale era causato dall´attività umana in realtà erano «ben fondate e incontestabili». Come reagì la Global Climate Coalition a questa scomoda verità? Semplice: il consiglio di amministrazione ordinò che non venisse diffusa pubblicamente.
E la Exxon-Mobil ha continuato con i suoi metodi truffaldini anche dopo che il Parlamento americano aveva bocciato il protocollo di Kyoto. Anzi, li ha potenziati ancora di più. Un promemoria su cui Greenpeace è riuscita a mettere le mani rivelava che questa campagna prevedeva il foraggiamento di scienziati «indipendenti» e centri studi della destra che mettevano in discussione le basi scientifiche della riduzione delle emissioni di gas. Avremo raggiunto la vittoria, diceva il promemoria, quando il cittadino medio avrà compreso che la climatologia è una scienza piena di «incertezze» e giudicherà misure come il protocollo di Kyoto «fuori dalla realtà». La Exxon-Mobil, secondo Greenpeace, ha speso almeno 23 milioni di dollari fra il 1998 e il 2007 per sostenere questa campagna, nonostante le ragioni scientifiche per preoccuparsi dei cambiamenti climatici diventassero sempre più solide. Di fronte al consenso crescente del mondo scientifico e alle esortazioni dei gruppi ambientalisti affinché smettessero di anteporre i loro profitti al futuro ambientale dell´umanità, altre grandi compagnie petrolifere e case automobilistiche hanno ripudiato il loro precedente scetticismo.
La Exxon-Mobil, invece, ha continuato dritta per la sua strada. Quando le elezioni del 2000 hanno portato alla Casa Bianca i petrolieri George W. Bush e Dick Cheney, il colosso del petrolio è diventato ancora più aggressivo. La Exxon è solo l´esempio più estremo del comportamento dei colossi dei combustibili fossili, che considerano i loro profitti prioritari rispetto al futuro dell´umanità. La Exxon-Mobil e le altre compagnie petrolifere sono dinosauri che appartengono all´ordine energetico del XX secolo. Se lasciassimo decidere a loro non rinuncerebbero mai ai combustibili fossili che stanno arrostendo il nostro pianeta. Ecco perché non dobbiamo lasciar decidere a loro.
L´autore è ricercatore alla New American Foundation
(Traduzione di Fabio Galimberti)
La Repubblica 04.05.12
Iscriviti a:
Post (Atom)